Capitolo V – Zia Pina. Era l’inizio dell’inverno del lontano 1944. La guerra, la terribile guerra che aveva sconvolto il mondo intero, stava finalmente per terminare. Rosa, per la prima volta nella sua vita, lasciò per un lungo periodo la sua Sorrento…
Zia Pina, l’unica sorella della sua povera mamma, era gravemente ammalata.
Agnese, sua madre, non c’era più da diversi anni… Lei era la sua unica parente, era suo dovere assisterla… Ma non fu soltanto per questo che la ragazza decise di andare a Cento, vicino Ferrara, dove viveva zia Pina. Rosa le era sinceramente affezionata, anche se l’incontrava solo sporadicamente.
Rosa, era quello che dicevano tutti, somigliava in maniera impressionante alla zia Pina, fisicamente e come carattere. Zia Pina era stata per la ragazza come una seconda mamma, non c’era ricordo della sua infanzia che non fosse legato a lei.
Al centro di Sorrento, c’erano dei giardinetti pubblici, ed anche delle giostrine per i bambini. Rosa amava particolarmente andare sull’altalena… Chi c’era a spingerla alle sue spalle, a farla librare in alto, verso il cielo? Naturalmente, zia Pina, la quale litigava anche con gli altri bambini che reclamavano, e a ragione, il loro diritto a fruire dell’altalena che Rosa, invece, considerava sua proprietà privata.

E ai suoi compleanni, chi preparava le torte più belle ed appetitose? A Rosa piacevano le ‘torte giganti’…
“Voglio una torta grande come… come… Ecco, grande come le piramidi!” diceva la bambina, e zia Pina s’industriava giornate intere ed intere notti per  ‘creare’ una torta a quattro, cinque piani, una montagna di crema e di panna, come piaceva alla sua adorata nipotina!
L’affetto che nutriva per la zia, non dipendeva soltanto da questo particolare rapporto che l’ aveva legata a lei, sin da quando era nata…
Rosa ammirava profondamente quella donna che aveva sempre dimostrato forza di carattere e spirito intraprendente.
Vincenzo, allora, era già il suo fidanzato… Fece di tutto per dissuaderla, quando la ragazza decise di andare a Cento, ma la sua Rosa era sempre stata una capatosta, come la definiva papà Catello.
“Non ti sei mai mossa da Sorrento…” le diceva Vincenzo. “Ferrara è lontana… E se ti succede qualcosa? C’è ancora la guerra… Sì, Badoglio ha firmato la resa dell’Italia, c’è l’armistizio… Ma lassù, al Nord, non è così… Il mio amico Peppiniello, la settimana scorsa è andato a trovare suo figlio a Padova…”

“E allora? Che è successo? L’hanno ‘scannato’, se lo sono mangiato vivo?” l’interruppe, ironica, Rosa.
“Sì, sì… Scherza tu, scherza… Lì è cominciata un’altra guerra… Aspetta, Peppiniello m’ha detto pure come si chiamano, quelli che sparano a più non posso… Mannaggia a questa capa mia sciacqua! Si chiamano parsignani, parmigiani? No, ecco: partigiani… Sì, partigiani! Stanno combattendo contro gli ex fascisti, per vendicarsi, e pure contro i tedeschi che se ne stanno scappando dall’Italia. Insomma, Rosi’, non si capisce più niente: gli americani e gli inglesi, che prima erano nostri nemici, adesso sono gli Alleati, e i tedeschi sono diventati nemici… Rosina mia, Peppiniello m’ha detto che è muorto di paura e se n’è tornato di corsa a Sorrento! Là si spara così, all’improvviso… e uno ci può andare di mezzo senza azzeccarci niente: una ragazza sola può correre mille pericoli…”

“E allora accompagnami!” rispondeva, piccata, Rosa. “Se proprio sei così preoccupato, vieni anche tu a Cento…”
“Lo farei, credimi… Ma il problema è che non possiamo prevedere quanto durerà la malattia di zia Pina; come faccio con il lavoro?”
“Già… Il lavoro!” ironizzò ancora Rosa. “Di cosa hai paura, che i pesci, al tuo ritorno, non cadranno più nella rete? Io non posso fare a meno di partire, perciò deciditi: o vieni con me, oppure parto da sola!”
Vincenzo, alla fine, si decise: che andasse solamente lei, a Cento… Lui non poteva assolutamente rinunciare al suo lavoro per un periodo che si preannunciava molto lungo!
E così Rosa partì, da sola.
Uno dei vanti, (presunti?) del regime fascista era stato il mito dell’efficienza, della puntualità.
“Quando c’era lui…” si sentiva ancora dire, parecchi anni dopo la fine del regime, da qualche ‘nostalgico’. “Tutto funzionava alla perfezione… Anche i treni arrivavano puntualmente…”
Non è facile appurare se questo corrispondeva alla realtà… Comunque, quando Rosa prese il suo treno per Ferrara, il Fascismo era, di fatto, già caduto. Tredici ore, durò quel viaggio! Un incubo, un’eternità! Il treno si fermava, a tempo indeterminato in tutte le stazioni, dava la precedenza a tutti gli altri treni, non solo ai convogli militari…
Rosa ebbe, così, il tempo di rileggere mille volte, e di imparare quasi a memoria, la lettera che le aveva scritto zia Pina, e che l’aveva convinta a partire. La zia, in quella lettera, le riassumeva rapidamente tutta la sua vita, che un po’ conosceva, in quanto Agnese spesso le aveva raccontato di quella scapestrata e sventurata sorella.

Ora zia Pina era vecchia e malata, ma s’era trasferita al Nord Italia quand’era ancora giovane e piena di vita. Aveva conosciuto a Sorrento, da un paio di mesi, un giovane, Berto, e se n’era perdutamente innamorata…
La decisione, improvvisa: l’avrebbe sposato, il suo Berto, e sarebbe andata a vivere con lui al suo paese, Cento, a poca distanza da Ferrara.
“Ma rifletti!” le ripetevano sino alla noia sua madre e Agnese, l’ unica sorella, di quattro anni più grande di lei. “No, non discutiamo Berto… E come potremmo farlo, se lo conosciamo appena? Ecco, è proprio questo il punto! Anche tu frequenti da poco quel ragazzo… Non avere fretta… Aspetta, vai a trovarlo al suo paese, questo sì, così avrai modo di conoscere anche la sua famiglia… Noi non ti stiamo dicendo di lasciar perdere, non ne avremmo alcun diritto perché solo tu devi decidere: la vita è tua, ma non essere precipitosa, come al solito!
Anche il giorno della partenza per Ferrara, con Berto, Agnese l’aveva presa sotto braccio e portata in disparte: “E il clima?” le aveva sussurrato all’orecchio. “Ci pensi? Lì piove sempre, c’ è la nebbia… Come potrai sopportare di non vedere più il mare?”
“Sembra che, anche in quello che stai descrivendo come una specie d’Inferno, ci sia gente, e tanta…” le rispose Pina, decisa. “Però, non potrò conoscere la famiglia di Berto… Purtroppo, non gli è rimasto più nessuno, sono tutti morti!”
“Ma non devi preoccuparti per me… Tranquillizza pure mamma, lo sapete che sono forte… Mi abituerò, credimi, riuscirò a sopravvivere…” continuò la ragazza sorridendo, mentre saliva con Berto sulla corriera che li avrebbe condotti alla stazione ferroviaria di Napoli.
Però, le cose con il giovane romagnolo che l’aveva ‘infiammata’ d’amore non andarono come la zia Pina desiderava… Nei primi anni, tutte rose e fiori, ma poi iniziarono le incomprensioni, le divergenze di abitudini e di ‘cultura’, i sempre più frequenti litigi , che diventarono dei veri e propri tormenti per Pina, quando l’uomo cominciò a coltivare un certo ‘vizietto’…
Berto lavorava, da solo, dall’alba al tramonto, nel podere che gli aveva lasciato il padre in eredità, ed era infaticabile.
Non aveva familiari. I genitori erano piuttosto avanti negli anni, quando se ne andarono all’altro mondo, e questo rientrava nella norma.
Ma erano morti anche Luisa e Giacinto, i suoi fratelli, addirittura più giovani di lui. Secondo molti, era stato per colpa della malaria che, nonostante la bonifica del territorio realizzata nei secoli passati, continuava a far sentire ancora i suoi effetti nefasti…

Non è che in quegli anni si potesse ancora morire ‘direttamente’ di malaria, ma molti anziani – era la convinzione di tanti, e Berto era tra questi – avevano nel loro Dna conservato i ‘segni’ di quella terribile malattia, che poi erano stati trasmessi ai discendenti.
Era questa l’ipotesi avanzata anche dal professor Mantegna, un illustre ‘scienziato’ che aveva tenuto a Ferrara una serie di conferenze sul tema della malaria, alle quali Berto aveva occasionalmente partecipato…
Era stato a Ferrara, di giovedì, all’Università, per consegnare ai cucinieri della mensa le uova fresche appena tolte di sotto alle sue galline.
Per caso, mentre attendeva che gli restituissero i contenitori delle uova, era entrato in un’aula, e aveva ascoltato le dotte parole di Mantegna.
Il professore avrebbe trattato il tema della malaria anche il venerdì e il sabato successivi.
Berto non aveva altre uova da consegnare, però tornò ugualmente a Ferrara e seguì con molta attenzione le lezioni… Andò via con la conferma di ciò che aveva sempre pensato e con la certezza che lo scienziato, un grandissimo cervello, e chi poteva dubitarne!, aveva perfettamente ragione: anche lui, Berto, purtroppo, era un erede di avi che avevano avuto a che fare con la malaria… quanto tempo gli restava ancora da vivere?
Non disse nulla a Pina, di questa sua terribile convinzione… Cominciò a pensare che il trapasso sarebbe potuto avvenire in ogni momento… Allora valeva la pena di vivere alla giornata, di abbandonarsi anche a qualche trasgressione, tanto la ‘fine’ era vicina!

Il ‘vizietto’ del bere già l’aveva, da sempre… Però, fino ad allora s’era limitato a mandar giù qualche bicchiere di rosso novello il sabato e la domenica, quando si riuniva all’osteria con i suoi amici…
Ma non era proprio un vizio, il suo… Sì, il vino gli piaceva, lo beveva con grande soddisfazione, ma non era assolutamente un ‘vinodipendente’, un alcolizzato.
E invece, dopo che s’era convinto d’essere prossimo ad una prematura ‘dipartita’, piano piano, si fece prendere la mano… Finì con l’andarci tutte le sere, all’osteria, e non si trattava più di bere uno, massimo due bicchieri…
Ritornava a casa che a stento si reggeva sulle gambe, e spesso erano i suoi ‘compagni di bevuta’, quelli che resistevano al vino meglio di lui ad accompagnarlo fino alla porta di casa.
Una rapida scampanellata, e poi via, di corsa!, per timore che la Pina potesse prendersela con loro, ritenendoli responsabili delle misere condizioni in cui era ridotto il suo Berto.
Non era cattivo, Berto… Però, quando la testa non funziona più, quando si perdono i lumi della ragione…
Inveiva contro la moglie, l’accusava di colpe che la povera donna certamente non aveva commesso. Quali? A saperlo! Era il tono di voce a far capire a Pina che l’uomo la stava ‘seppellendo’ di improperi!

Berto, quand’era ubriaco, parlava soltanto il dialetto, stretto, e Pina non capiva neanche una parola… I dialetti sono tutti di non facile comprensione. Alcuni, poi, come il sardo o il bergamasco, ad esempio, risultano addirittura impossibili. Ma anche l’idioma di Berto, un misto di romagnolo e veneto, era un bel rompicapo. Meglio, molto meglio, se si fosse espresso in cinese o in giapponese!
Poi, dopo la sfuriata, l’uomo, all’improvviso, s’ abbatteva sul divano, e cadeva in un sonno profondo… Spesso, per risvegliarlo il giorno successivo, Pina doveva ricorrere ad abbondanti ‘innaffiate’ di acqua gelata!
Il poverino, annaspando, provava a ripararsi da quella pioggia ghiacciata…
“Ma perché fai così?” chiedeva alla moglie, ed implorava pietà. Naturalmente, non ricordava nulla di quanto accaduto la sera e la notte precedenti.
Pina sopportò quella situazione per un periodo abbastanza lungo… Fino a quando…
Una sera Berto aveva mandato giù più vino del solito. Era completamente fuori di sé… Non si limitò ai soliti improperi… Cominciò a colpire Pina con sempre maggiore violenza.
La donna, miracolosamente, riuscì a sottrarsi alle percosse di Berto.
Trovò la forza per arrivare alla porta; la spalancò tutta d’un colpo, e si rifugiò nella masseria dei Benelli, i suoi vicini di podere.
Piangendo, disperata, raccontò loro di Berto e del vino… Aveva sopportato fino a quando era stato possibile, ma adesso basta! La violenza verbale, le accuse, le urla, e va bene, ma ora Berto aveva superato ogni limite!
I Benelli la storia che Pina stava raccontando loro, già la conoscevano… Le urla di Berto, il rumore delle sedie che si schiantavano contro le pareti, delle stoviglie che si frantumavano in mille pezzi, li sentivano, tutte le sere…. Loro, Berto, lo conoscevano da sempre, non era mai stato un violento…
“Hai provato a parlargli, a chiedergli se ha qualche problema che l’angustia?” chiese a Pina la signora Cesira, mentre le versava in una tazza una bollente tisana di erbe sedative.
“Figurati, ci provo tutti i giorni, a parlargli! Quelle rare volte in cui sembra essere più lucido, mi risponde a monosillabi… Poi scuote la testa e dice che no, che è inutile discutere con me, tanto io non potrei in alcun modo capirlo!” rispose Pina, singhiozzando.
“E che cosa hai intenzione di fare? Per stanotte, non ci sono problemi, puoi arrangiarti qui da noi…Ma poi?” le domandò Ubaldo, il marito di Cesira.
“Non lo so… Però io da Berto non ci torno: ho paura!” esclamò la ragazza. “Vi ringrazio per la vostra gentilezza, e per la vostra ospitalità… Siete veramente dei buoni amici, tu ed Ubaldo… Domattina, spero di trovare una soluzione al problema… Avrò tutta la notte, per pensarci…”
L’indomani mattina, infatti, Pina comunicò ai suoi vicini la soluzione…
“Io Berto non lo voglio più vedere, nemmeno in fotografia!” disse, e le labbra le tremavano per l’ira.
“Tornerai a Sorrento, al tuo paese?” le chiese Ubaldo. “Forse è la cosa più sensata… Hai preso la decisione giusta…” aggiunse scambiando un cenno d’intesa con la moglie.
“No, non ritorno a Sorrento: io non mi muovo da Cento!”
“Non capisco…” esclamò Cesira, allargando le braccia. “Se hai detto che non vuoi più vedere Berto…”
“E lo confermo!” gridò quasi la ragazza.

“Vuoi spiegarci… Come farai a restare a Cento, senza più vedere tuo marito?” Forse sei ancora un po’ confusa…” intervenne con tono di voce dolce Ubaldo.
“E’ semplice: non sarò io ad andar via da Cento, ma Berto! E’ lui che sta sbagliando nei miei confronti!”
“E … pensi che accetterà?”
“Dovrà farlo per forza, altrimenti…”
“Altrimenti? Che cosa hai pensato di fare per convincerlo?” l’incoraggiò ancora Cesira.
“Lo denuncerò ai carabinieri… Per maltrattamenti… Voi mi farete da testimoni!”
“E noi non ci tireremo indietro, sta’ tranquilla!” la confortò Cesira, consultando con lo sguardo Ubaldo, che le inviò un cenno d’assenso. “Sei una brava ragazza… Ma il podere? Chi coltiverà il vostro podere? Come farai a vivere!”
“Ho pensato anche a questo: la terra è tanta, e ci sono molti giovani che non hanno lavoro… Ecco, chiederò la loro collaborazione, troveremo un accordo per i guadagni… Io penserò agli animali: per curarli, non c’è bisogno di una grande forza fisica, ma soltanto di attenzione e di amore per loro… Ecco, questo sì, curare le mie mucche e i miei vitelli, le oche e le galline…. Questo sento che potrò farlo senza problemi! Saranno loro, la mia nuova famiglia!” concluse, sorridendo Pina.
di Ernesto Pucciarelli

Fine quinto capitolo

Sommario:
Capitolo I – Meta di Sorrento
Capitolo II – Lo scialle lucente
Capitolo III – Serena
Capitolo IV – Hans Stainer
Capitolo V – Zia Pina