Capitolo III – Serena. Rosa, pallida in volto, con il cuore che le batte a mille e che sembra volerle fuggire dal petto per l’emozione sta, da più di mezz’ora, girando e rigirando tra le mani quel lacero brandello di scialle.
Sì, quasi certamente quello, color verde-smeraldo, è il suo scialle realizzato a maglia larga, con una particolare lavorazione ormai in disuso, e che aveva regalato a Serena in occasione del suo diciottesimo compleanno. Era stata la stessa ragazza a scegliere il gomitolo di lana con il quale, poi, lei aveva realizzato lo scialle.
“Prendiamo quel gomitolo lì…” aveva detto Serena, indicandone uno posto proprio dietro al banco di vendita, nello scaffale centrale. “Quel verde è bellissimo… E poi ci sono nella trama della lana quelle ‘strisce’ argentate che l’illuminano: sembrano colpi di luce…”

Ed era così che Serena definiva il suo preziosissimo indumento, dal quale si separava solo durante l’estate: lo scialle di luce!
Ma, per quanto particolare, quel verde brillante era molto in voga nel periodo in cui Rosa aveva realizzato lo scialle. Inoltre, anni fa, erano in tante, in paese, a conoscere quel tipo di ricamo… Perciò, per quanto più che probabile, la donna non può avere la certezza che quello sia proprio lo scialle della sua Serena…
Ricorda all’improvviso che sull’orlo aveva messo un ‘segno’, un leggero ingrossamento che disegnava una specie di sigla. Febbrilmente, cerca quel segnale, ma senza risultato…
Lo scialle è corroso proprio all’altezza del bordo, chissà da quanto tempo era finito in mare…

Ma era soltanto lo scialle ad essere caduto nell’immensa distesa d’acqua salata, o anche chi l’indossava? Questo pensiero la fa rabbrividire…
Serena era scomparsa, da più di tre anni, e non s’era più fatta sentire. Nella breve lettera che le aveva scritto, e che Rosa conserva tra le sue cose più care, la ragazza diceva che voleva andarsene da Meta, che desiderava rifarsi una nuova vita. La pregava, infine, di non cercarla, di non stare in pensiero per lei e di perdonarla…
Già, Rosa non doveva preoccuparsi per lei… Serena le chiedeva l’impossibile: come può, una madre, smettere di preoccuparsi di una figlia? Comunque, l’anziana donna rispettò la sua volontà, e non la cercò, anche perché In cuor suo ‘sentiva’ quello ch’era realmente successo alla sua Serena… Altrimenti, perché le avrebbe chiesto di perdonarla? Però, voleva continuare ad illudersi, sperare che ‘la sua bambina’, un giorno, sarebbe tornata a casa, da lei.
Invece erano già passati tre anni, e della sua unica figlia, nessuna notizia… E adesso c’era quello scialle, indurito, lacero, sporco e sdrucito: un triste presagio di sciagura, quasi certamente la conferma della tragedia!
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Serena era stato l’ultimo regalo di suo marito Vincenzo, prima che quella notte maledetta il mare l’inghiottisse… Forse, riflettendoci bene, l’unico regalo che le aveva mai fatto, ma era indubbiamente il più bel dono che lei potesse desiderare.
Quando nacque la bambina, Vincenzo non stava nei panni dalla gioia. Rosa non l’aveva mai visto così felice…
“Ma l’hai guardata bene quella ‘fossetta’ proprio al centro del mento? Eh, mia madre ne aveva una lì proprio tale e quale! Se fosse viva, quella santa donna…”

“E il taglio degli occhi? Identico ai miei! Chi potrebbe mettere in dubbio che sia figlia mia?” diceva, e ‘zompava’ letteralmente per la stanza.
Si rabbuiò soltanto quando andò a fargli visita la vecchia zia Adalgisa…
“Vince’…” gli disse con tono deciso. “Questa è femmena…” continuò indicando la bambina che dormiva tranquillamente nella sua culletta di vimini. “E mica possiamo fare uno sgarbo alla buonanima: tu la devi chiamare come quella santa donna di tua madre!”
Placida, si chiamava quella santa donna di sua madre… Placida, e come secondo nome l’ancor più tremendo Serafina!
Vincenzo non rispose alla zia; fece solo un cenno col capo: sì, poteva stare tranquilla, che lui c’aveva già pensato…
E in effetti era così, Vincenzo c’aveva pensato. Sin da quando era nata la sua bambina, s’era arrovellato il cervello… Placida, con tutto il rispetto per la buon’anima era, secondo lui, un nome orribile… Per quale motivo avrebbe dovuto rovinare quella creatura per tutta la vita, imponendole un nome che non piaceva nemmeno a lui?
A Rosa, non disse nulla… Rosa, Vincenzo la stimava moltissimo; riconosceva che, per tanti aspetti era sicuramente più in gamba di lui… Ma comunque, era femmina, e le femmine, nelle decisioni importanti non ci dovevano entrare, altrimenti perché si sposano e si prendono un marito?
Alla fine, trovò la soluzione al suo problema… Non era un ‘genio’, in lingua italiana, a scuola c’era andato solo fino alla terza elementare e poi s’era ritirato, non sapeva nemmeno che cosa fossero in grammatica i sinonimi, eppure…
“Serena!” disse trionfante a Rosa. “La nostra bambina si chiamerà così… E’ molto più ‘moderno’, come nome e, mi sono informato dal maestro Lettieri, ha lo stesso significato di Placida!”

Serena aveva portato nella famiglia di Rosa e Vincenzo una felicità indicibile. Rosa guardava meravigliata il suo Vincenzo accudire la bambina, giocare con lei, parlarle per ore, anche se lei non lo capiva ancora.
Addirittura, l’uomo cominciò a ‘saltare’ qualche uscita in mare, il sabato, la domenica e nelle altre feste comandate.
Voleva restare quanto più tempo possibile accanto alla sua Serena, quasi presagisse che quei momenti di gioia, di spensieratezza, erano gli unici che il destino gli aveva riservato…
Serena aveva appena compiuto due anni, quando accadde la disgrazia… I bambini così piccoli, non hanno ricordi della loro prima infanzia. Serena, invece, incredibilmente, del suo papà ricordava tutto…
Spesso chiedeva a Rosa dove fosse andato Vincenzo. Al principio, come risposte, una serie infinita di bugie: suo padre era andato a lavorare lontano: lavorava duramente tutto il giorno e quando rientrava a casa, a notte fonda, lei, Serena, dormiva già e per questo non s’accorgeva che il suo papà s’accovacciava accanto al suo lettino e la baciava delicatamente sulla fronte.
Poi, questa spiegazione non resse più. Allora s’inventò la malattia della vecchia zia Adalgisa, che Vincenzo, suo unico nipote, doveva accudire, e così via, bugia dopo bugia…
Quando si rese conto che la sua bambina ormai aveva capito che quelle che le raccontava erano solo fandonie, le disse la verità.
Ecco, non proprio la verità… Come si fa a parlare di morte ad una bambina? E’ già difficile per un adulto comprendere il perché di questo nostro destino, accettarlo con cristiana rassegnazione, figuriamoci per una ragazzina di poco più di tre anni…

Rosa le disse che il papà, che le voleva un mondo di bene, se n’era andato in cielo, perché da lassù poteva meglio guardarla, e proteggerla…
“Ma io non ho bisogno di questo, io voglio soltanto che il mio papà sta qui, vicino a me!” protestò, piangendo, la bambina. “Digli di scendere subito dal cielo, altrimenti salgo io e lo vado a prendere!”
Anche Rosa non riusciva a trattenere le lacrime. Le rispose di sì, che gliel’avrebbe detto, a Vincenzo che la sua bambina non voleva che lui stesse lassù, in cielo…
Poi, Serena, divenne più grandicella… Capì da sola, quello che era successo al suo papà, e a Rosa non chiese più nulla.
Passarono molti anni… Serena s’era ormai fatta una signorina, ancora più bella di sua mamma Rosa. E Rosa la guardava, mentre ‘diventava donna’, e si compiaceva con se stessa per come l’aveva tirata su. Non era stato facile, crescerla, da sola, senza un uomo accanto. Serena era una ragazza semplice, giudiziosa e ubbidiente, ma ogni tanto veniva fuori il suo bel caratterino…
“Tutta sua madre… E mi sembra pure che i ragionamenti della ragazza abbiano un certo senso…” commentava silenziosamente nonno Catello, quando gli capitava d’essere presente agli ‘scoppi d’indipendenza’ della nipote.
Era così che il vecchio Catello definiva gli scontri di Serena con sua madre, ma non si faceva sentire parteggiare per la ragazza, altrimenti Rosa se lo sarebbe mangiato vivo…
Qualche volta capitava che Rosa avesse dei momenti di sconforto… Se fosse stato vivo Vincenzo, tutto sarebbe stato più facile, con Serena.
Una volta Pasqualino la sentì piangere e lamentarsi, ad alta voce, invocando il marito.

“Io sono qua, donna Rosa… Sapete che vi rispetto e che vi voglio bene… Se volete, io vi sposo… No, non pretendo nulla da voi, so che il vostro cuore l’avete donato per sempre al vostro Vincenzo… Ma se vi prendete un marito, le cose cambiano, la gente finisce di sparlare… e pure vostra figlia sta un poco più tranquilla…” le disse, con tono di voce accorato.
“La gente sparla sul mio conto? E che ha da dire la gente?” gli chiese Rosa, e gli occhi le erano diventati di brace.
“Ecco… Sapete com’è…” cominciò Pasqualino, chiaramente imbarazzato. “Voi siete una bella donna… E’ vero che siete una santa, e chi più di me, che vi sto vicino dalla mattina alla sera, può testimoniarlo, ma la gente è cattiva… Se vi vedono parlare con qualche giovanotto, anche se vi sta chiedendo una semplice informazione, cominciano le malelingue… Perciò, se vi prendete un marito, si mette tutto a posto… Ve lo ripeto, donna Rosa: se volete, io sono qua, a vostra completa disposizione!”
“Ed io dovrei prendermi un ‘pupazzo’ di marito, come te, per esempio, soltanto per far sta zitta la gente?” sbottò Rosa, infuriata.
Pasqualino diventò ancora più piccolo di quanto non fosse in realtà… Si rannicchiò nelle spalle e fece per andare via, la testa bassa, che gli sfiorava quasi i piedi.
Allora Rosa capì d’aver esagerato. Stava offendendo quel brav’uomo, che non meritava d’essere così maltrattato.
“E adesso dove vai?” gli domandò con tono di voce leggermente addolcito. “Dobbiamo finire il nostro discorso…”
L’uomo si ‘bloccò’ all’istante.
“Cerca di capire, Pasqualino…” cominciò Rosa. “A me delle chiacchiere della gente non importa proprio niente… La gente, ha sempre da dire, da

criticare… Io non ho bisogno di un marito, tanto per tacitare le malelingue… Hai detto bene, prima: io il mio cuore l’ho donato a Vincenzo. Lui, purtroppo, non c’è più, fisicamente, ma per me è come se fosse ancora vivo, qui, accanto a me. Io ti sono affezionata, tu sei una brava persona, fidata… e non voglio perdere la tua amicizia. Perciò, ti prego, non farti più venire in mente discorsi come quello di oggi… Io l’ho già dimenticato: non è successo niente!”
Pasqualino le si avvicinò, con le lacrime agli occhi. Annuì singhiozzando, le prese una mano e la baciò così delicatamente che Rosa appena appena percepì il calore delle sue labbra. Poi, andò via e, per sempre, mantenne fede alla promessa che Rosa gli aveva imposto.

Fine terzo capitolo

Sommario:
Capitolo I  – Meta di Sorrento
Capitolo II – Lo scialle lucente
Capitolo III – Serena
Capitolo IV – Hans Stainer