Presentazione – Quante persone conosciamo nell’arco della vita? Credo sia impossibile quantificare questo dato. Nella maggior parte dei casi, di questi incontri, superficiali e poco significativi, non resta alcuna traccia…
Alcune volte, invece, capita che un incontro può condizionare l’intera nostra esistenza. E’ quello che accade a Serena, la protagonista di Lo scialle di luce.
Tutto comincia quando, durante la seconda guerra mondiale, Rosa, la madre di Serena, che si trova temporaneamente in un piccolo centro dell’Italia settentrionale per accudire una zia malata, conosce un giovane ufficiale tedesco e l’aiuta a fuggire oltre confine.
Karl, è questo il nome del giovane tedesco, ben presto ‘scompare’ in prima persona dalla vicenda ma, indirettamente, continua ad essere presente. Suo figlio Hans, infatti, molti anni dopo l’incontro fugace tra lui e Rosa, entra prepotentemente nella vita di Serena.
Hans, a Napoli, studia pittura. Un’estate, su indicazione del padre, si reca a Meta, cittadina della costiera sorrentina, nella quale Rosa gestisce una modesta pensione. Karl, per molto tempo, ha mantenuto rapporti epistolari con Rosa, la ragazza che l’aveva aiutato a salvarsi.
Tra Hans e Serena nasce una storia d’amore che, dopo l’iniziale coinvolgimento dei due giovani, per una serie di vicissitudini e di incomprensioni, finisce miseramente. Nel romanzo, il nucleo fondamentale è proprio costituito dal racconto di questo amore, che condiziona tutta la vita di Hans e di Serena.

Ma il personaggio principale è mamma Rosa, o donna Rosa, come la chiamano gli avventori della sua pensione. E’ il suo incontro con Karl, infatti, che innesca tutta la serie di avvenimenti che si sviluppano per tutto l’arco del romanzo. Rosa è una donna decisa, forte, determinata, una capatosta, come amava definirla suo padre Catello. Sa affrontare con coraggio tutte le avversità, persino la morte prematura del suo giovane sposo.
Rosa incarna alla perfezione la nuova figura di donna che, a metà del secolo scorso, si emancipa proiettandosi verso il futuro, pur rimanendo fedele ai valori ai costumi, alle usanze della tradizione. Lei c’è sempre, nel romanzo, anche quando a prendere la scena sono altri protagonisti. Nel racconto, sono presenti, infatti, anche tantissimi personaggi secondari, che fanno da ‘cornice’ alla narrazione arricchendola.
Protagonista, perché assume un ruolo fondamentale nell’epilogo della vicenda, è anche un ‘oggetto inanimato’, un bellissimo scialle colorato che appartiene a Serena e che lei ama definire il mio scialle di luce…
Un’ultima notazione è dovuta in relazione al linguaggio utilizzato nel racconto. Volutamente, ho optato per una forma semplice, immediata, direi ‘familiare’, rifuggendo da costrutti complessi che, spesso, ostacolano la scorrevolezza della lettura e la sua comprensione.
Alcune volte, quando lo richiedevano il personaggio in scena e la situazione, ho pure utilizzato il dialetto, italianizzandolo alquanto, in modo tale da renderlo facilmente comprensibile anche a lettori che hanno scarsa dimestichezza con la lingua napoletana.
Bene, credo di non avere altro da aggiungere. Non mi resta che augurare, a quanti avranno la cortesia di farlo
buon viaggio nella lettura!
L’autore

Capitolo I
Meta di Sorrento.
Il mare sta gradatamente ingrossandosi… La leggera brezza che increspava solo lievemente le onde, improvvisamente, ha lasciato il posto ad un forte vento, fastidioso, che però comincia a mitigare la calura che fino a pochi attimi prima rendeva l’aria quasi irrespirabile.
Peter sembra non accorgersi del mutamento atmosferico. Da quanto tempo è lì, seduto su quello spuntone di roccia che l’erosione delle acque ha sagomato facendogli assumere le sembianze di una grossa tartaruga? Com’ è solito fare ogni giorno, è sceso tra gli scogli intorno alle nove del mattino; il sole adesso brilla alto nel cielo, e questo significa che certamente mezzogiorno è già passato da un bel po’…
Da più di dieci anni il giovane, nel mese di settembre, quando la stagione estiva volge al termine, lascia Amburgo, la città nella quale è nato e vive, per scendere giù, in Italia, a Meta di Sorrento, nella modesta pensione ‘Azzurra’ che ‘donna Rosa’ gestisce da sempre, aiutata solamente da Pasqualino, il suo ‘tuttofare’, un uomo dall’età indecifrabile, sul cui volto, rigato da rughe profonde, si leggevano inequivocabilmente il trascorrere degli anni e le sofferenze patite…
E’ vecchia, adesso, donna Rosa… Ma, ai suoi tempi, era stata una delle ragazze più belle di tutta la penisola sorrentina, con miriadi di spasimanti che le ronzavano intorno. Tra questi, anche giovani professionisti, agiati commercianti, nobili di antico lignaggio…

Al Corso Italia, la strada principale di Sorrento, dove Rosa abitava con i genitori, in un elegante palazzetto che don Catello, suo padre, aveva ereditato dal nonno, proprietario di una rinomata pasticceria al centro della cittadina, la domenica mattina, alle centinaia e centinaia di sorrentini che affollavano la strada, s’aggiungeva una nutrita schiera di baldi giovanotti che s’aggiravano, discretamente, nei pressi dell’abitazione di Rosa.
Aspettavano pazientemente che il portoncino del palazzetto si schiudesse e che Rosa, accompagnata da don Catello, che la teneva stretta sotto braccio, e da mamma Agnese e dalla zia Pina – la sorella materna – muovesse i suoi passi in direzione della chiesa principale di Sorrento per ascoltare la Santa Messa…
Nessuno di quei giovani ‘osava’ avvicinarla, né rivolgerle la parola. Sarebbe stato sconveniente: don Catello, il burbero papà di Rosa, avrebbe avuto tutto il diritto di risentirsi…
Gli ‘spasimanti’ si limitavano soltanto a scortare, con discrezione, il gruppetto familiare che procedeva a passo spedito verso il luogo di culto. Ognuno di quei giovani sperava ardentemente che Rosa avesse posato lo sguardo su di lui: poteva significare che la ragazza l’aveva notato, che provasse un certo interesse…
E invece no… Rosa continuava a camminare, sempre con la medesima andatura; guardava, impettita e orgogliosa, dritta davanti a lei, mai un cenno, come dire, di cedimento.
A volte, qualcuno degli aspiranti pretendenti al cuore di Rosa, provava a ‘colpirla’ con un’arma spesso usata a quell’epoca, quando si possedeva il denaro per permetterselo: la serenata!
Sotto la finestra della ragazza, in piena notte, cominciava a suonare l’orchestrina e lo ‘spasimante’ iniziava ad intonare la canzone che avrebbe dovuto giungere fino al cuore di Rosa e farlo palpitare…
La destinataria dell’omaggio canoro spesso si svegliava, ma faceva finta di niente… E allora era mamma Agnese ad affacciarsi e a pregare il romantico giovanotto di porre fine alla sua cortese serenata, perché se si fosse ridestato dal suo sonno anche don Catello potevano essere guai sia per il ‘cantante’ che per gli orchestrali!

Rosa, nonostante l’assedio cui era continuamente sottoposta, non si smuoveva di una virgola… No, a lei non importava proprio niente, di quel codazzo di insulsi ammiratori… Lei ‘moriva’ per Vincenzo, il suo bel pescatore, duro come gli scogli ai quali ancorava la sua barca e ‘cocciuto’ più di un mulo…
Ma testarda era pure Rosa, e così finì per sposarlo, il suo squattrinato pescatore. La notte prima delle nozze, il baronetto Ansaldi, uno dei più assidui corteggiatori di Rosa, le dedicò una serenata con la quale esprimeva alla ragazza tutto il suo rammarico perché lei, donna insensibile e malvagia, aveva infranto il suo sogno d’amore.
Era anche poeta, il baronetto Ansaldi, o meglio, come si diceva una volta, era un fine dicitore; ma, comunque lo si volesse definire, il giovane titolato era artisticamente un mediocre, almeno a giudicare dagli ultimi due banali e scontati versi, che aveva composto per la serenata d’addio alla crudele Rosa.

La serenata, infatti, aveva questa sdolcinata, un po’ patetica conclusione:
Hai scelto per marito il pescatore,
trafiggendo per sempre questo cuore!
In un certo senso, ‘trafitto’ era anche il cuore di don Catello che, per la sua Rosa, aveva sperato in una sistemazione migliore. Per questo, faceva finta di dormire, quando arrivavano le serenate…
Vincenzo, per l’amor di Dio!, era un bravissimo ragazzo, però in quanto a quattrini e a prospettive per l’avvenire…
Per fortuna, don Catello, superata l’iniziale avversione per il non troppo desiderato genero, pensò lui a sistemare economicamente i due giovani:  cedette loro la gestione della Pensione Azzurra e se ne andò a vivere al Nord, con Nicola, il suo ‘figlio maschio’ che s’era trasferito da parecchi anni nella fredda padania, per lavoro.
Catello non l’aveva mai condivisa, quella scelta… E’ vero che lassù v’erano maggiori opportunità lavorative, ma Nicola era un bravo carpentiere, le occasioni non gli sarebbero mancate anche nella sua Sorrento, le conoscenze giuste c’erano…
Comunque, adesso doveva pensare a Rosa… Aveva deciso di affidarle la gestione della sua pensione, e lui non poteva esserle d’intralcio…

Rosa era una bella capatosta, e lui, Catello, non era sicuramente da meno; Inevitabilmente, si sarebbero scontrati… No, molto meglio andar via e lasciarle completamente campo libero…
Però, ‘Rosetta’ era una donna… A quei tempi, i pregiudizi erano ancora tanti, e le donne che lavoravano… Avrebbe avuto, la sua Rosetta, la capacità di mandare avanti la pensione? E quell’inconcludente, ‘ignorantone’, di Vincenzo, si sarebbe fatto da parte?
Rosetta, in effetti, dimostrò da subito un notevole spirito imprenditoriale: piccole, ma sostanziali modifiche e il suo alberghetto si trasformò radicalmente: pochi, ma affidabili clienti, che ritornavano tutti gli anni, il personale ridotto allo stretto necessario. Lei curava gli acquisti, cucinava, gestiva il bilancio, riceveva e intratteneva amabilmente gli ospiti. Per le pulizie, una donna a mezzo servizio, che cambiava periodicamente, prima che potesse accampare delle pretese…
E poi c’era Pasqualino, efficiente e fidato più di un fratello, a darle un aiuto sostanzioso…
La comare Gelsomina, una delle malelingue più accreditate di tutta la penisola sorrentina, diceva che Pasqualino, che lei conosceva bene perché

era anche un suo lontano parente, lavorava con Rosa non per bisogno, ma perché innamorato della bella locandiera. Era corrisposto? qualcuno le chiedeva. A questo punto, Gelsomina portava una mano alla bocca e faceva il gesto come per ‘cucirla’, lasciando intendere che lei sapeva, ma preferiva star zitta…
E Vincenzo? Continuava a fare il pescatore, tutti i giorni, d’estate e d’inverno, anche quando il mare era in tempesta. Rosa lo aspettava ansiosa tutte le sere, e una di quelle sere invece di Vincenzo bussò alla sua porta compare Salvatore, il ‘socio’ del marito.
“Come mai, a quest’ora, compare Salvatore?” si meravigliò la donna, che cominciò a sbiancare in viso, presentendo una disgrazia.
“Vincenzo, la barca è affondata… Io sono salvo per miracolo…” rispose laconicamente l’uomo, ed andò via.
Non pianse, quella sera, Rosa… Non pianse neppure il giorno in cui accompagnò il suo Vincenzo al Camposanto… Le donne come lei non dovevano piangere: sapevano, da sempre, che i loro uomini, in mare, rischiavano di morire… Quella volta la sorte maligna era toccato a lei, era così che andava la vita!
Ma c’era un’altra cosa che Rosa sapeva: quel giuramento d’amore eterno che aveva scambiato con il suo Vincenzo quel giorno sull’altare, mentre Padre Francesco li benediceva, costituiva un legame indissolubile. Ora Vincenzo non c’era più, ma restava il suo amore per lui, in eterno…
La donna mantenne per sempre quell’impegno… Nei suoi occhi si leggeva, ancora adesso che era avanti negli anni, tutta la fierezza che caratterizza le donne del Sud e una vitalità che il trascorrere del tempo aveva appena appena attenuato.

Tre anni… Era successo tre anni prima, ma per Peter era come se fosse accaduto solo ieri…
Hans, suo padre, l’aveva lasciato, in un triste mattino di novembre, stroncato da un male incurabile che i medici avevano scoperto soltanto da alcuni mesi.

Maledetti tumori… Arrivano all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, e ti sconvolgono la vita… Ma perché proprio a me, o alla persona alla quale voglio un bene infinito, anche se non gliel’ho mai detto ? Quante volte Peter s’è posto questa domanda? Almeno mille volte al giorno, specialmente nel periodo peggiore, quello durante il quale suo padre soffriva le pene dell’inferno, senza che lui potesse far nulla per aiutarlo. Poi, ti guardi intorno e t’accorgi che, purtroppo, capita a tanta gente… Non sei il solo, a soffrire… Sì, ma questo non toglie che continui a star male, a chiederti perché… Poi, piano piano, subentra la rassegnazione, capisci che è così, e che nessuno può modificare il destino.
Il destino… Anche se non vuoi crederci, alla fine, scopri che ti conviene farlo… Il destino, o come diavolo vogliamo chiamare quello che di terribile ci accade… Se ti rifugi in esso, fingi di trovare la rassegnazione, non vai al manicomio, non sapendo con chi, con cosa prendertela, per spiegarti la tragedia che stai vivendo, l’ingiustizia che ritieni di star subendo…
Hans, da giovane, era andato spesso in estate a Meta di Sorrento… E da alcuni anni lui, Peter, aveva cominciato a seguire il suo esempio… Quell’angolo meraviglioso di costiera lo sentiva come suo, lo viveva, ormai, come la sua seconda casa!

Sommario:
Capitolo I  – Meta di Sorrento
Capitolo II – Lo scialle lucente
Capitolo III – Serena
Capitolo IV – Hans Stainer




Sostenere La Torre
(o fare una semplice donazione)
è diventato più facile:
Scegli il tuo Abbonamento

Dai voce a ciò che gli altri non dicono