Capitolo XIII – Molti anni dopo… L’infanzia, la giovinezza, sono – quasi sempre – i periodi più belli della nostra vita e quando ripensiamo ad essi, sempre più spesso col trascorrere del tempo, ci sentiamo travolgere dalla nostalgia…
Ogni cosa che accadeva in quei momenti indimenticabili aveva un sapore, particolare, era ammantato da un qualcosa di magico… Forse, era solo la nostra gioventù, il senso di forza, quasi di onnipotenza, che da essa emanava a rendere tutto ‘speciale’…
C’era, però, anche un altro elemento a caratterizzare l’adolescenza: il senso di un’ansia che ci pervadeva, la sensazione che il tempo stentasse a passare…

Poi, raggiunta la ‘maggiore età’’, comincia la china: gli anni si susseguono, frenetici, uno immediatamente dopo l’altro, non si fa nemmeno più in tempo a contarli.
Quando si comincia a riflettere su queste cose, significa una cosa soltanto: siamo diventati ‘vecchi’ e, se non lo siamo anagraficamente, è ‘dentro di noi’ che ci sentiamo tali!
Serena, immersa in questi pensieri, se ne sta tutta sola, nella sua camera da letto, dietro i vetri appannati della finestra che s’affaccia direttamente sul mare…
Sta diluviando da quasi due giorni, ininterrottamente. Le strade di Meta sono diventate lucide per la pioggia, che scivola velocemente lungo i bordi dei marciapiedi, creando un suggestivo effetto cromatico.

D’improvviso, come le sta accadendo da due giorni, il mare, la strada bagnata dalla pioggia scompaiono e, dopo un attimo, lasciano il posto ad un’immagine che Serena ha ben impresso nella sua mente e nel cuore: l’immagine di Hans!
Hans… Quanti anni sono passati? Venti? Venticinque? Trenta? Serena andò via da Amburgo una decina di giorni dopo… Ma dopo che cosa? E da allora…
Serena non ricorda nulla di ciò che accadde quando scappò via dalla villa di Hans. Sì, la voce del giovane che gridava pregandola di fermarsi, quella è ancora impressa nella sua mente, ma per tutto il resto, buio assoluto.

La ragazza, alcuni giorni dopo quell’urto tremendo che l’aveva scaraventata sul selciato bagnato dalla pioggia, s’era risvegliata in una fredda stanza d’ospedale. Non realizzò subito dove si trovasse. Gli occhi facevano fatica a riaprirsi, le gambe e le braccia era consapevole di averle, ma non le ‘sentiva’ più, non poteva muoverle, era come se fossero paralizzate. Non appena riprese contatto con la realtà, s’accorse che Hans era accanto a lei.
“Dove sono? Che cosa m’è successo?” gli chiese Serena, con un filo di voce.
“Va tutto bene…” la rassicurò il giovane, carezzandole una mano.
“Le gambe… Le braccia… Non le sento più… E’ come se fossero senza vita…” si lamentò Serena.
“Tranquilla… E’ ancora l’effetto dell’anestesia… Ti sei risvegliata prima del previsto

“L’anestesia… Allora sono in un ospedale, m’ hanno operata…” disse con un soffio di voce.
Serena, gradatamente, cominciava a ricordare… Le sembrò di risentire il dolore che le aveva procurato l’auto nel momento in cui l’aveva investita. Ma non fu per quello che, d’improvviso, emise un grido che sembrò far tremare le pareti della stanza: “Mio Dio, Il bambino! Hans che cosa è successo al mio bambino?” urlò la ragazza in preda ad un’irrefrenabile agitazione.
Hans non le rispose. Quel silenzio rappresentava un segnale inequivocabile.
“Non c’è più, il mio bambino… Perché non c’è più?” cominciò a piangere sommessamente.
“I medici hanno dovuto operarti d’urgenza… L’auto che t’ha investita correva a velocità pazzesca… L’urto è stato tremendo… E’ già un miracolo che siano riusciti a salvare te…” le rispose Hans e continuava a carezzarle la mano.
“Perché non sono morta pure io?” disse, e la sua voce a stento si percepiva.
“Hanno provato a salvarlo, ma inutilmente era troppo piccolo…” disse ancora Hans, commosso.
“Sì, lo capisco… Lui era troppo piccolo… E tu ti sei liberato di un peso, di un ‘grosso’ fastidio…” continuò la ragazza, e il suo tono di voce divenne improvvisamente aspro, cattivo.
“Ora tu essere non giusta…” si rammaricò Hans. “Però, io te capire… Il tuo dolore troppo vicino… Adesso devo andare… E’ da tre giorni che manco da casa… Fra due domani, io torno e, forse, tu ragionerai in modo diverso…” aggiunse mentre si accingeva a lasciare la stanza.

Due giorni dopo Hans ritornò in ospedale, ma Serena era già andata via. I medici gli dissero che la ragazza, sotto la propria responsabilità, aveva firmato per essere dimessa, nonostante loro avessero insistito per trattenerla ancora.
In seguito, provò, più volte, a telefonarle, ma alla pensione di Meta di Sorrento gli rispondeva sempre la stessa ‘voce’ che lo pregava di riagganciare “perché la signorina Serena non voleva assolutamente parlare con lui”.
Pensò anche di recarsi a Sorrento, ma poi si trattenne. Serena era stata chiara; la sua fuga’ dall’ospedale, il suo negarsi al telefono erano dei segnali inequivocabili: la ragazza non voleva avere alcun tipo di rapporto con lui, e allora decise di rispettare la sua volontà.
di Ernesto Pucciarelli

Fine tredicesimo capitolo

Sommario:
Capitolo I – Meta di Sorrento
Capitolo II – Lo scialle lucente
Capitolo III – Serena
Capitolo IV – Hans Stainer
Capitolo V – Zia Pina
Capitolo VI – Karl Stainer
Capitolo VII – Primo appuntamento
Capitolo VIII – Per fortuna, non è successo…
Capitolo IX – Il concorso
Capitolo X – Al cuore non si comanda…
Capitolo XI – Le bugie sono come le ciliegie…
Capitolo XII – Il frutto dell’amore.

Capitolo XIII – Molti anni dopo…

Capitolo XIV – L’ultima volta… Trent’anni…