E’ naturale che gli uccellini volino, se no che uccellini sarebbero. Ma era una voce, uccellini volanti uccellini volanti, li vendevano in piazza nei giorni di festa, un corpo di creta mal cotta, un po’ di piume chiare raccolte da un pollaio, una un po’ più grossa infilzata dietro, un gancetto sul dorso e un elastico che inanellato a un dito offriva una danza del finto volatile. I venditori di uccellini volanti abitavano sotto un portone di Vico del Pozzo. Li facevano loro.

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ph Pasquale D’Orsi

Se oggi scrivo ancora, è per antico amore di carta stampata, di parole scritte quanto quelle dette, o ascoltate. Parole suono anima, e sangue nelle vene la carta stampata dei giornali che riuscivo a recuperare, specialmente il sabato, erano la mia Via di Damasco. Le vecchie donne di casa, vecchie non erano ma tali sembravano ai nostri occhi infantili, compravano il giornale, il sabato sera, il Corriere di Napoli, stessa casa editrice de Il Mattino. Sarebbero arrivati anni dopo Napoli Notte, Paese Sera, qualche altro ancora. Lo strillone girava per le strade alquanto vuote, rintronava sui palazzi la grida, dando tutta la voce all’argomento più atteso, le estrazioni dei numeri al lotto, insomma ‘a fficiata. Le voci storiche più scure e gonfie uscivano da gole di fuoco sotto la Galleria Umberto, a via Toledo, ne godevamo proprio nelle nostre giovanili serate napoletane, al sabato, dove non ci negavamo visite in certe case numerate. Le hanno chiuse, pur essendo già chiuse.

Se oggi scrivo ancora lo devo a quei giornali della sera gridati sulle strade, quelli che entravano in casa ammiezassangaitano con tutto l’afrore dell’inchiostro che macchiava le mani, giornali divorati dalle donne di casa per riscontrare le proprie giocate al bancolotto di don Peppe Raiola, il mitico poeta della canzone ‘A curallina, a pochi passi, ncoppavvuardia. Mia madre e le sue sorelle si riunivano, confortate anche acoppamano da qualche osservatore di passaggio davanti al loro modesto negozio di tessuti. Si sentiva il fruscìo dei vigliétti sfogliati e iniziavano le voci dolenti per numeri che si ostinavano a non uscire, o c he uscivano, maledetti, al contrario, mentre la nonna, solenne nella sua ampia gonna nera, guardava e capuzziava sorniona, con aria di c ompatimento per le mancate fortune di quelle carte grigiastre e leggermente trasparenti sulle quali il postiere aveva mandato celermente numeri.

L’abilità del postiere, il suo veloce e sibilante suono del pennino intinto in un calamaio di ghisa, e i numeri di una grafia unica, con quei nove, i tre, i cinque, i quattro, scritti con percorsi inusuali al nostro modo di scrivere numeri, il consunto banco di legno, i cartoncini con invitanti ambi o terni che potevano uscire e mai uscivano, il confabulare dei clienti che confrontavano giocate, tutto questo e più di questo è storia passata. Poesia perduta. E altra poesia era quando il postiere doveva raccogliere e figurarsi il sogno che il cliente andava raccontando con emozione, sottolineando particolari, per cui uno stesso soggetto, oppure oggetto, un abito, un luogo, una stagione, un personaggio, pretendeva un particolare numero per come appariva nel sogno. Il postiere era un confessore laico, il suo calamaio acquasantiera di speranze. La penitenza sarebbe arrivata coi giornali del sabato sera che avrebbero pubblicato numeri diversi da quelli giocati.

Ecco, su quei giornali mi raccoglievo, con monacale rispetto, cercavo e m’incantavo alla terza pagina dove andavo a cercare elzeviri, i miei sogni letterari che non potevo giocare al bancolotto. Cercavo parole significati leggende, scene di vita quotidiana, paesaggi persone storie. Badavo alla costruzione delle frasi, alla geometria, ai percorsi, ai teoremi musicali. In quei giornali freschi di stampa, con quell’inchiostro che sbavava dalle parole come oro nero, ed avevano odore di petrolio, mi son macchiato della passione per le parole. Mi sono innamorato di firme napoletane eccellenti, erano allora giovani scrittori i Prisco, gli Incoronato, i Pomilio, i Ghirelli, i Bernari, gli Stefanile, i Rea, i Compagnone, i Nazzaro. Ecco, Nazzaro, Carlo Nazzaro, grande penna. Scriveva sulle edizioni della domenica, che meritava. Compravo Il Mattino della domenica per trovare Nazzaro. Ho una memoria infranta da vicende avverse, spesso riesco a rimuovere veleni, o ne assorbo e decanto, come Mitridate. Smarrisco tempi, anche decenni, ma qualcosa affiora. Come a San Giuseppe, passato da pochi giorni: ritorna come una ricorrenza un racconto non so se nel bene o nel male che Nazzaro scrisse della fiera degli uccelli in Via Medina, che qualche volta ho visto. Non si fa più, bene così. Ieri, ultimo mercoledì di marzo, sono andato a casa di Pietro Gargano, una vita con Il Mattino. Ho portato con me amici interessati di arte e di storia, Pasquale D’Orsi, Vittorio Pepe. E Peppe D’Urzo con una borsa piena di storie nostre che possono essere utili a Gargano per un suo lavoro sul dopoguerra a Napoli. Ricordavo che di Nazzaro gli avevo già chiesto qualche volta, e mi ha raccontato di quel grande scrittore. Qualche dettaglio o mania, e che scriveva giorno per giorno a penna il pezzo immancabile in terza pagina de il Mattino, e che lui giovane di redazione dove riscrivere a macchina. Donna Matilde ci ha offerto il caffè.

Di primavera qui, in Piazza Santa Croce venivano uccellatori e appassionati. Competenti. Ora d a quando ho saputo che accecavano cardilli e altri uccelli per farli cantare, odio gli uccellatori. Ho custodito qualche uccellino esotico in gabbia, più per salvarlo che per cercarne compagnia di canto, col religioso rispetto degli uomini che salvano donne dalla strada.
In piena giovinezza mia, mio fratello avviò ammiezatorre un’amicizia per motivi che ho potuto darmi dopo un certo tempo: l’uomo che abitava rint’u-vic-raCroce, era un patito degli uccelli. Un conoscitore. Gli regalava ogni tanto cacciagione e gli dava qualche uccellino imbalsamato, spesso mio fratello li dipingeva nei suoi quadri inseguendo un maestro napoletano. Condizionò anche me. Con uccelli pochi quadri ho fatto e uno solo ne ricordo con grazia, lo intitolai La gazza ladra. Chissà in quale casa sta. L’uomo già pieno di rughe in faccia incise dai bulini del sole, si chiamava Ersilio e da tutti era conosciuto come Ersilio l’aucellaro. Era simpatico, aveva mento asburgico.
M’aveva procurato una gazza imbalsamata. Nel quadro l’uc- cello aveva nel becco un orecchino rotondo ancora al lobo dell’orecchio della ragazza ritratta, posava per me tra gli anni settanta ottanta, si chiamava Aurora, era bellissima, di carnagione chiara, grandi occhi neri e capelli neri, un profilo tagliente, slanciata, camminava come volando. Qualche quadro dipinto con lei lo conservo tra le cose mie più care. Dopo tanti anni, tramite facebook, l’ho cercata, ho trovato un’altra Aurora P. che mi ha risposto facendomi sapere che era una sua cugina, con la quale non aveva a che fare da millenni. Scrisse che non sapeva dove potesse essere. Forse sarà morta, aggiunse. Una coltellata. Al palazzo dove abitava, in via Pietro Castellino, a Napoli, non ho trovato il suo nome.

Spesso sulle autostrade, e di più al sud, nei tramonti dorati sul far della sera, vedo sui guard-rail gazze danzare come uccellini volanti. Le gazze hanno il petto bianco e il dorso nero. Mi viene in mente Aurora.
Ciro Adrian Ciavolino

Articolo pubblicato sull’edizione cartacea in edicola il 2 aprile 2014