Si riparte o non si riparte? Ecco il dilemma dei calciofili e non solo. Sì perché l’industria del calcio, che movimenta milioni di euro, è in fermento. Sono ormai chiari i segnali di una ripresa dei campionati quasi imminente.

E’ un fatto che, dopo il placet del Governo Conte, sono ripresi finalmente gli allenamenti collettivi delle squadre, sia pure con determinate modalità e sotto il rigido controllo del protocollo sanitario stilato dai tecnici e benedetto dal Comitato Tecnico Scientifico: il tutto per garantire al massimo la sicurezza dei calciatori e di tutti gli addetti ai lavori. E gli stadi?

La ripresa dei campionati, parliamo della serie A, B e C, secondo gli step paventati anche dal Ministro dello Sport Spadafora a Lega Calcio e FGCI, potrebbe materializzarsi per il week end del prossimo 20-21 giugno: va precisato che questa ripresa resta subordinata alle previsioni ottimistiche attuali sulla curva dei contagi e, in ogni caso, prevede le porte rigorosamente chiuse per gli stadi. Quindi niente pubblico, tifosi e altro…fino a data da destinarsi. Sarà quindi il trionfo delle televisioni, unico veicolo su cui si potranno vedere le partite.

Dovrebbe cambiare anche il modo di stare in campo per i giocatori, dall’esultanza per un goal alle proteste verso l’arbitro. E’ vero che il calcio, per definizione, è uno sport di contatto, ma il modello tedesco della Bundesliga appena ripresa (senza pubblico, bambini, mascotte e, rituale dell’ingresso in campo delle squadre senza saluti particolari , presenza fisica allo stadio ridotta ai soli tecnici e addetti ai lavori con mascherine e distanze, comprese per i giornalisti) è indicativo su come sarà il nuovo calcio, al tempo del coronavirus.

Ovviamente il movimento calcio, pur con la priorità della sicurezza per tutti, è ampiamente in ansia per la ripresa delle partite, evidentemente, al di là dell’aspetto sportivo, per motivazioni soprattutto economiche. Pensate ai diritti televisivi su cui, di fatto, contano tante società per la loro stessa sopravvivenza. Figuriamoci per il mercato o altro. Logico che ci sia una spinta fortissima, cui il Governo non può restare insensibile. Pensiamo ai posti di lavoro che gravitano attorno al pianeta calcio.

Senza contare le coppe europee e il relativo ricco indotto. Quest’anno il coronavirus ha prodotto, tra i danni infausti, il rinvio niente di meno che dei campionati europei di calcio e, addirittura, delle olimpiadi di Tokyo: praticamente una guerra mondiale!

I morti, la tragedia altrettanto grande del lavoro, perso da milioni di persone in tutto il mondo, imprese fallite o sull’orlo di un fallimento prossimo…Ovunque la devastazione prodotta da un virus invisibile, che non poteva non investire anche il mondo del calcio.

Il calcio, se davvero riuscirà a ripartire, può contribuire a dare un segnale di speranza non solo allo sport e agli appassionati, ma anche a tante persone che, grazie a questo spettacolo, semplicemente, vivono.