Rubrica-CiavolinoLa penna ha riposato per un anno, dopo i sette con La Tofa di Antonio Abbagnano, e con stile, come i sette anni tra Antonio Ranieri e Giacomo Leopardi. Ritorno, come spinta improvvisa che riporta ai luoghi dell’anima, sui fogli del vecchio ed ora nuovo giornale La Torre dove avevo spazio per vivere giorni e mura del mio paese, anno per anno con titoli diversi di rubriche, finendo sempre per infilarmi nei miei elzeviri, una nuvola o una ricorrenza, una persona, una sedia, un abito, una stagione, mi bastava un pensiero e un incipit indovinato, a volte covato per giorni. Su questo giornale iniziarono le mie avventure di penna, in bianco e nero come tutto era un tempo, iniziarono da quando una mattina di molti anni fa, proprio molti, da un telefono del mitico Caffè di Filippiello ammiezatorre chiamai l’avvocato Salvatore Accardo chiedendogli un po’ di spazio su La Torre: ebbi quel che volevo, in piena libertà. Lo custodii per vent’anni. Incontrai firme eccellenti e trovai un buon signore, insegnante alle scuole elementari, Luigi Iannelli, che teneva su quel foglio una rubrica di notizie varie sulla città, spicciole, piccoli rilievi su quest’isola ancora felice e quieta: la sua rubrica si intitolava Città a volo d’uccello, come si dice per certi tipi di prospettiva. Quando Luigi Ascione, un amico artista che vive a Rieti, costruiva un modello della Basilica di Santa Croce che doveva ornare il Carro dell’Immacolata, non avendo di quella dettagli della parte retrostante, e chiedendoci quindi le foto adatte per completare il suo lavoro, mi son portato nella strada Falanga e in Via Salvator Noto per chiedere a persone amiche di salire su qualche terrazza per fotografare. Cominciai a scoprire le prospettive che mi riportavano a quel titolo di Iannelli. Su palazzi e àstichi sono andato con Pasquale D’Orsi che di fotografia s’intende e che ora con me intraprende questi viaggi, aerei e no.

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Qualcosa è accaduto, recentemente, in quel di Calastro, un palazzotto è caduto in parte e di notte ruinando. Per non usare banale fotografia, Pasquale, che comincia ad innamorarsi di foto dall’alto, è salito ai piani superiori di un nuovo albergo nei paraggi sorto, e mi ha mandato l’immagine che qui si v ede. Una serie di circostanze e filamenti di memoria mi accompagnano i n luoghi a me familiari, consanguinei, se posso dire, nello scorrere della mia vita giovanile: per ventitré anni mi son trovato nelle aule della Scuola Media che ai miei tempi aveva lo stesso titolo della strada, Cesare Battisti. Non c’erano ancora inferriate, come ora. Non passò molto tempo però, vennero i fabbri e le sistemarono al piano rialzato: ci trovammo così come in camerate di carcere, la scuola divenne, insieme agli alunni, il mio Poggioreale.

V’era piantata, eretta sulla spalliera della strada-ponte della ferrovia, all’ingresso della scuola, una grande croce in ferro, volta verso il Mulino. Un segnale che, come qualcuno a volte opinava, poteva ricordare un omicidio, o una fucilazione, o ancora un operaio morto sul lavoro o altro tragico evento. Ecco, il palazzo ora crepato nella facciata, era a me davanti, non potevo farne a meno. Era quasi inquietante nella forma di una residenza come fortificata, dalla mia parte in vista, con una successione di archi e regolari finestre.
Non c’entra con la croce, che ora non c’è più, ma si sa che in quella strada un episodio drammatico è avvenuto, più di un secolo fa: la mattina del 6 giugno 1906 fu trovato il corpo di Gennaro Cuocolo, napoletano. La sera prima usciva con una nutrita schiera di camorristi dal ristorante Mimì a Mare: un agguato, forse per uno sgarro, un tradimento, Cuocolo divenne bersaglio di decine di fendenti, tutti diedero coltellate, più di quelle inferte a Giulio Cesare nel Teatro di Pompeo. Contemporaneamente veniva uccisa in via Nardones, ancora così si chiama la via traversa alla fine di via Toledo prima di via Chiaia, Maria Cutinelli, ex prostituta che Cuocolo aveva, come una volta si diceva, tolto dal peccato, sposandola. Ne segui un processo clamoroso, con una cinquantina di condannati. Della vicenda si sono avuti una serie di film e sceneggiati. Il film più c elebrato quello con Amedeo Nazzari, Processo alla città. Regìa di Luigi Zampa, bianco e nero, 1952. Calastro aveva i suoi colori, i suoi suoni, le sue leggende, se è vero o non vero che qui fosse sbarcato San Pietro, duemila anni f a, più a monte c’è la chiesetta di San Pietro a Calastro. I colori mutano con quelli delle case o su impropri e abusivi palazzi, vecchi ristoranti, munazzeri. I suoni sono scomparsi: erano quelli della sirena del Mulino o di un treno, pretenzioso, per farsi a scoltare dai guardiani dei passaggi a livello su via Unità Italiana, e i suoni dei segatori che tagliavano in fette perfette grandi t ronchi di alberi per servire i cantieri navali, quando si costruiva tutto in legno, e come sculture umane lucenti di sole e sudore bevevano acqua della fontana cosiddetta delle cento cannelle. Il ticchettìo dei calafati s’intrecciava a quello degli zoccoli calzati dalle donne che ancora non conoscevano jeans e stivali, volavano voci di funari che stiravano e intrecciavano canapa. Persisteva profumo di resine di alberi tagliati, i tramonti erano vispi nelle stagioni ricche di nuvole trascinate dal libeccio, e pittori veri s’innamoravano di un Portosalvo ancora incontaminato. Ora quella specie di castello, in parte caduto, languirà per anni, e tanti. Dico castello o fortino perché amici appassionati di stor ia e archeologia confrontano le loro opinioni circa il luogo esatto del Fortino di Calastro indicato da quelle parti su varie antiche carte topografiche. Continuano diatribe, c’è ancora, ed è un bene, interesse alle nostre origini.

Proprietà di famiglia, l’ultimo che abitò in quel luogo misterioso, fu Michele Pedone. Uomo alto e di signorile aspetto, da lì saliv a verso la Villa Comunale, lo ritrovavo spesso di sera al tavolo verde con altri amici del Circolo Sociale Guido Mazza, per interminabili partite a cun-cain o ramino. Il nostro era un tavolo di poste m odeste rispetto ad altri tavoli di più ricche puntate, noi non eravamo di quella casta. Si dileguano nella memoria le facce di una dozzina dei miei amici che con me, in quattro o cinque, dividevano e sopportavano una sala grigiazzurra di nuvola, si fumava arditamente allora, aiutati soltanto da un miserabile e traballante estrattore che mandava il veleno nella confinante Traversa Maresca. Mi sentivo, e senza perdonarmi, come uno dei personaggi di uno straordinario romanzo di Piero Chiara, Il piatto piange. Tra varie storie anche pecorecce, vi si narra di amici che si riunivano in uno scantinato per giocare di poker fino all’alba, a volte incuranti anche del pantano che si formava sotto i loro piedi, dono della pioggia e del lago della loro cittadina ai limiti della Svizzera, Luino.

Io fui uno dei primi a lasciare ai loro destino quei tavoli gloriosamente rivestiti da panni verdi, me ne son tornato alla mie private stanze o ad altre e più dolci avventure d’arte. Molti dei miei amici di tavolo, penso proprio tutti, hanno trovato altra strada per lasciare definitivamente il tavolo verde, spesso il Circolo ha la saracinesca mezza abbassata con un manifesto attaccato con lo scotch. Sono rimasti pochi eroi a difendere le Porte Scee sul Corso Vittorio Emanuele numero centocinquantadue, anche quello fu una specie di glorioso maniero, Fortino dei Signori. Stavo per scrivere i nomi dei miei amici di carte francesi che si sono avviati in certi campi pieni di marmi e lucette, un bel gruppo, ma preferisco di no. Li elenco nella memoria, profil perdu, con un decoroso ricordo, come medaglie di una bella amicizia, prima che giungesse per essi la loro Dama di Picche, maligna simbologia. Forse è bene che io abbia dimenticato come si giocava con il Re di Fiori, il Fante di Quadri, ma non ancora, no, con la Dama di Cuori. Ma questa è un’altra storia.
Ciro Adrian Ciavolino

Articolo pubblicato sull’edizione cartacea in edicola il 19 febbraio 2014