Amo andare, partire, viaggiare.
È Istanbul la metà del mia ultima ricerca, immensa fascinosa, contraddittoria.
Distesa su due continenti quasi incollati l’uno all’altro eppure disarmonici e controversi. L’ambiguità di una Mata Hari che incanta con suggestioni irresistibili. Abitiamo nell’antico quartiere di Sultanahmet, una folla di Istambulcreature colorate e rumorose, scalinate interminabili con pendenze da infarto, ma, ad ogni angolo, scorci di meraviglia. I giardini d’oriente sono pieni di rose profumate e di gatti assonnati. Osservo spesso il cielo, é di un azzurro di rara potenza, attraversato da gabbiani bianchi che liberano nell’aria acuti stridii. Ci inerpichiamo lungo i bordi di strade appese ed é una fatica enorme risalire colline con scale sconnesse. Incrociamo gente dal cuore antico, compassato ritmo di abitudini mediterranee. Tutto qui evoca il passato ed il presente insieme. É la sorprendente mescolanza di tutte le storie dell’est e dell’ovest, del nord e del sud.
Nella piazza di Sultanahmet, l’impareggiabile Santa Sophia gareggia in magnificenza con la sontuosa Moschea Blu. Il Grand Bazar é un’esplosione di colori e profumi, un tripudio di spezie, di fiori, di essenze, di inviti di galanti mercanti, di trattative sfiancanti e di richiami petulanti. A Istanbul la notte ti accoglie sempre col canto liturgico dei muezzin diffuso dai minareti.
Ma il tempo della scoperta fatalmente finisce. Mi lascio con tristezza alle spalle luoghi che ho amato. Riavvolgo il nastro e negli occhi brilla ancora la luce dei tramonti sul Bosforo, un profilo disegnato per sempre con gli azzurri e i rosa sulla mia tela. Le troppe emozioni rendono questo momento sempre segnato dal velo della mia solitaria malinconia…
A questo penso, mentre un isterico taxista mi riaccompagna all’aeroporto Ataturk con volteggi surreali simili alla rituale vertiginosa danza dei monaci Darvisci. In silenzio, mentre l’ultimo minareto si profila sull’orizzonte affogato dentro una luce bianca, accecante, come se il leggendario diamante Topkapi irradiasse fin lì il suo potente e prezioso riverbero.
Anna Liverino

Articolo pubblicato sull’edizione cartacea in edicola il 17 giugno 2015