Alla fine dello spettacolo, mentre tutti (o quasi) applaudivano gli attori venuti alla ribalta, non ho resistito dal trattenermi e, affacciatomi dal palco, ho ritenuto doveroso gridare “questo non è ‘Aspettando Godot’, non ha nulla a che vedere con Beckett”. A quel punto dalla platea una voce chiedeva “puoi ripetere?” ed io ancora con maggiore forza ho reiterato quanto sopra. Questo è quanto accaduto sabato sera, 25 febbraio, al teatro Bellini di Napoli. Ancora una volta ho visto un ennesimo tradimento della più famosa opera di Samuel Beckett. Dalla regia alla scenografia, dai costumi alle luci, dalle musiche agli effetti sonori, una profonda delusione poiché inaccettabili i tagli effettuati al testo nella traduzione italiana di Carlo Fruttero.

Insomma, una messinscena, quella di Theodoros Terzopoulos arbitraria sotto ogni profilo, ma procediamo per ordine: i testi di Beckett, come quelli di Eduardo, sono degli spartiti musicali perfetti in cui l’apparato drammaturgico ha in sé ogni successivo dettaglio scenico e, pertanto, va rispettato dagli operatori. In tal senso, per i citati autori non si transige ma a loro si ubbidisce. In generale una riscrittura soggettiva di un testo può andare bene, basti pensare alla rivisitazione della drammaturgia classica greco-romana, a Shakespeare, Molière e Brecht ma per le opere beckettiane (come per quelle di Eduardo) il discorso muta. La fedeltà al copione deve concludersi in una sincera consustanziazione scenica tanto che Beckett, in alcuni casi, ha chiesto la sospensione di messinscene estranee alla sua originaria stesura, anzi Beckett passa alla realizzazione delle sue opere, proprio come i grandi Euripide e Shakespeare, Eduardo e Pinter. Ma ritorniamo a Terzopoulos: sin dall’inizio dello spettacolo è facile intuire che siamo al cospetto di tutt’altro: non c’è la “strada di campagna, con albero”, come espressamente chiede l’Autore nel primo atto, non emerge che “È sera”, come ancora precisa il drammaturgo, né vediamo la difficile lotta intrapresa da Estragone che tenta “di togliersi una scarpa”. Evidentemente per il regista greco, questi tre momenti sono stati ritenuti tanto superflui da eliminarli.

Ed invece, siamo nell’incipit fondamentale del testo drammaturgico-spettacolare che rimanda alle tre unità aristoteliche, ovvero di luogo (la campagna), di tempo (la sera) e di azione (Estragone alle prese con l’ordinarietà della vita) che danno il via allo sviluppo degli eventi scenici ed esistenziali che a mano a mano riguarderanno noi tutti. Lo spettacolo incomincia con Estragone e Vladimiro sdraiati orizzontalmente al pubblico all’interno di un’enorme struttura nera, che di volta in volta si apre disegnando una croce bianca, dove i due attori sono rimasti per l’intera messinscena. Così facendo sono venuti meno alle rilevanti clownerie di Stan Laurel e Oliver Hardy, Buster Keaton e Charlie Chaplin volute da Beckett, penso alla caduta dei “larghissimi” pantaloni di Estragone che si sarebbero dovuti afflosciare sulle caviglie quando si toglie la corda che li reggeva. A conferma dell’importanza di questa scena per il grande dubliner di Parigi si veda “Catastrofe: l’albero, la luna e i pantaloni” di Gabriele Frasca (http://sinestesieonline.it, maggio 2021). Inoltre, non ho visto quel molteplice trovarobato: la lunga corda legata al collo di Lucky, le pesanti valigie, il seggiolino pieghevole, un paniere per le provviste, un cappotto, una frusta, fiammiferi e pipa di Pozzo, carota, rapa, pollo, gli ossi e la bottiglia, oggetti indispensabili nelle scene dei quattro Estragone-Vladimiro e Lucky-Pozzo il cui ingresso è sorprendente.



Questo è stato effettuato con un affilato coltello squarciando una tela alla Lucio Fontana, mentre Lucky appena fuoriesce da un’angusta botola. Ancora mancano le gag con le preziose bombette per non parlare della grave mancanza dell’albero, essenziale per Beckett e l’amico Alberto Giacometti, nientemeno sostituito da Terzopoulos con un bonsai posizionato dove dovevano apparire le scarpe di Estragone con “tacchi uniti e punte divergenti”. Manca poi la luna che rievoca “Uomo e donna che osservano la luna” di Caspar David Friedrich, peraltro “la fonte di Aspettando Godot”, come ebbe a dire lo stesso Beckett a Ruby Cohn. Mancano le precise posture indicate da Beckett, “i passettini rigidi e gambe divaricate” di Vladimiro, manca l’andirivieni, le rincorse e le cadute di Lucky.

Mancano infine, le lunghe pause, i silenzi. Il resto della scena è composta da una serie di devianti elementi che confondono non poco lo spettatore: decine di pugnali e cartoline insanguinati che calano dall’alto insieme ad una enorme croce bianca nel cui centro emerge il viso di un uomo con voce pesante e non quella di “un ragazzetto con aria spaventata”. Il resto dello spettacolo non ci azzecca nulla con “Aspettando Godot”: l’elmetto indossato da Lucky, le due rosse scarpe femminili utilizzate da Didi e Gogo per strofinarsi le ferite, le sirene degli allarmi aerei e la musica che per l’intera durata resta da sottofondo intervallata da fragorosi bombardamenti. Ho comunque apprezzato il lavoro degli attori, benché posti in un’ottica che tradisce l’intera impalcatura drammaturgica di Beckett che ha prodotto uno dei testi più importanti della Storia del Teatro. Non ci resta che aspettare la prossima messinscena, in cui “l’attore migliore – come affermava Beckett – è colui che esegue alla perfezione le istruzioni dell’autore e che ha la capacità di annullarsi completamente nell’opera”.
Antonio Borriello

In scena al Teatro Bellini di Napoli fino al 5 marzo.

“Aspettando Godot” di Samuel Beckett, trad. it. Carlo Fruttero; regia, scene, luci e costumi: Theodoros Terzopoulos; interpreti: Paolo Musio, Stefano Randisi, Enzo Vetrano, Giulio Germano Cervi, Rocco Ancarola; musiche Panayiotis Velianitis; consulenza drammaturgica, assistenza alla regia: Michalis Traitsis; training attoriale – Metodo Terzopoulos: Giulio Germano Cervi; scene: Laboratorio Scenotecnica ERT; responsabile allestimento-laboratorio-costruzione: Gioacchino Gramolini; costruttori: Davide Lago, Sergio Puzzo, Veronica Sbrancia, Leandro Spadola; scenografe decoratrici: Ludovica Sitti, Sarah Menichini, Benedetta Monetti, Martina Perrone, Bianca Passanti; progettazione led: Roberto Riccò; direttore tecnico: Massimo Gianaroli; direttore di scena: Gianluca Bolla; macchinista e attrezzista: Eugenia Carro; capo elettricista: Antonio Rinaldi; fonico: Paolo Vicenzi; sarta realizzatrice e di scena: Carola Tesolin; foto di scena: Johanna Weber; ritratti: Luca Del Pia; produzione: Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini; in collaborazione con Attis Theatre Company; durata: 90′.

from to
Scheduled Cultura Eventi