Me lo chiedo spesso leggendo nomi o cognomi: cosa vuol dire? Allora deduco da una certa idea, ma non tanto certa, viene da appellativi, soprannomi, da mestieri. Faccio tentativi, sono curioso, allora cerco. Castaldo voleva dire amministratore di regno longobardo, o di famiglia nobile, ma in epoca a noi più vicina Castaldo-Gennaroanche fattore, e le fattorie sono belle da vedere. Fattoria, parola qui poco o niente in uso.Stamattina intorno a noi un paesaggio che si diceva rint ‘i parule, dove di paludoso mai vedemmo nulla, luoghi insomma pianeggianti, di quelli e del loro tempo soltanto memoria di chi memoria può avere, per età.Una per tutte “la terra di Cardinale”, vero nome Sorrentino, una famiglia che governava una distesa coltivata a ortaggi,correva dalla Chiesa del Carmine verso il mare. Là dove c’era l’erba ora c’è una città, cantava uno. Dai carmelitani quel terreno, passato di mano in mano, negli anni cinquanta cominciava, si può dire, a perdere terreno sul serio, diventando Rione Acquaviva, dal nome di famiglia proprietaria, zona di buone colture agricole, terra vesuviana, lapilli, cenere, brezze marine come carezze, concimi naturali, sapori eccellenti e veri. I giardini della Chiesa del Carmine hanno conservato, meno male,tale denominazione nei vicoli circostanti. La richiesta e necessaria edilizia per uscire dal’asfittico carapace della cittadina faceva scomparire quella miniera di ortaggi, sorgevano palazzi o palazzine. L‘ampio territorio perdeva così il carattere agricolo a ridosso della città. Hanno dato a quelle strade nomi di città, anni dopo, ricordando le quattro Repubbliche Marinare, Genova, Amalfi, Venezia, Pisa. E per non trascurare titoli nostri s’è rimediato con Via Napoli e poi con un presuntuoso Viale Campania che di viale non ha alcuno aspetto.

E da quelle parti vado. Sono a casa di Gennaro Castaldo, una palazzina su via Napoli, sua moglie Angela Rendina mi mostra alle pareti tre mie opere di pittura anni ’80- ’90, più o meno. Entrambi insegnanti di liceo classico, lei italiano e latino, Gennaro latino e greco, hanno lasciato buona memoria in una schiera di professionisti torresi che dagli studi classici hanno intrapreso quelli universitari fiorendo in varie discipline. Gennaro e Angela si conobbero nel ‘70 nelle aule del Liceo Benedetto Croce, a Torre Annunziata e, come si dice, latino tu latino io, ti vedo oggi ti vedo domani, il passo fu breve. Quattro figli ben organizzati oggi in attività lontane dalla tradizione familiare: Ciro si interessa di informatica, Annarita è in banca, quella nostra ma a Cava dei Tirreni,Giampiero medico all’ospedale Maggiore di Parma e Fabio che si interessa di pubblicità a Milano.

Il cinema ha immortalato un capolavoro di Elia Kazan, Fronte del porto, con un giovaneattore, un superbo Marlon Brando, otto Premi Oscar, la storia del cinema cambiava pagina. Il padre di Gennaro, come tanti, emigrò in America, sitrovò a lavorare su un mare molto diverso dal nostro, in un porto plumbeo che Kazan ha narrato con grande maestria sessant’anni fa. S’era appena sposato. Aveva lasciato la moglie Rita Paolillo incinta del primo figlio che si chiamerà Ciro comelui, si usava,il quale mostrerà in gioventù vocazione sacerdotale. Ciro Castaldo padre tornò un paio d’anni dopo avendo solo il tempo di conoscere il primogenito e di ingravidare sua moglie un’ altra volta e ripartìre, riprendendo le sue abitudini col mare sotto la statua della Libertà, abitando con un fratello al numero 149 di President Street, a Brooklyn. Tornerà trovando un figlio mai visto prima, Gennaro, che aveva diciotto anni.

Proprio mentre il padre tornava con un bel portafogli pieno di dollari, Gennaro, col tesoretto della licenza liceale in tasca,correva a iscriversi all’Università, in parte per naturale vocazione alle belle lettere e in parte con l’aria di chi respira il manzoniano latinorum delle donne oranti nel Carmine: giovane buon cristiano era,e dall’ombra sacra della chiesa ammiezatorre che frequentava, Gennaro passava sotto l’ala protettrice della fresca Democrazia Cristiana, entrando in politica. Sarà eletto consigliere comunale e poi anche Assessore alla Pubblica Istruzione, sindaco l’ineffabile Raffaele Capano, antica famiglia di armatori torresi, fratello del vigoroso don Michele Capano, colto sacerdote, affascinante predicatore, i suoi mesi di maggio nella Basilica di Santa Croceincantavano i fedeli. Allora si predicava dal pulpito a ridosso di un pilastro a sinistra della navata centrale della Basilica. Al mese di maggio dei tempi di don Michele si sapeva dell’uscita a sera delle ragazze, accompagnate da mamme sospettose e prudenti, ed era l’occasione dei giovanotti per adocchiare la fanciulla da amare, si studiavano le posizioni per andare a incrociare gli sguardi illanguiditi e indagatori delle fanciulle che pregavano ma con altri pensieri per la testa. Le mamme non erano sceme e pensavano: speriamo che sia un buon giovane, e faticatore.

Il fratello prete di Gennaro, don Ciro, curava l’antica chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, una targa ricorda le opere di conservazione e restauri di quel monumento, una vera opera d’arte, abbandonato nelle sue rovine senza che di quelle si prenda cura, almentoper rimediare lavori di ripristino sulla fronte travolta da camion della spazzatura guidato da qualcuno che aveva ingurgitato chissà cosa finendo contro i pilastri di pietra lavica, un patrimonio perduto insieme ad altri furti all’interno. Don Ciro se ne era già andato a Napoli, dove si intressava a movimenti nell’ambito di un certo clero d’assalto, più moderno della chiesa che si riteneva conservatrice.

Gennaro e signora abitano in una riservata villetta là dove comincia il cosiddetto Viale Campania. Donna Angela Rendina, anche se ha lasciato la scuola, in questasi è trovata ancora impegnatacome quando fu chiamata nel Comitato per le Celebrazioni del Bicentenario della nascita di Giacomo Leopardi, nel 1998, insieme ad altre personalità della cultura e studiosi del poeta,organizzate da Armando Maglioneal liceo De Bottis con il Preside Michele Cirillo. Quando per questo evento fu invitata a scrivere e presentare un argomento, come quello del rapporto del poeta con i napoletani, il suo lavoro divenne libro. Una dozzina di anni dopo uscì di questo una nuova edizione, ampliata, che ho letto insieme ad altri testi per il mio ciclo di venti opere su Giacomo Leopardi.

Una bella notizia giungerà ad Angela Rendina da un liceo di Amantea, bella cittadina sul mare in Calabria dove da giovanissima aveva insegnato. Avevano trovato il suo libro su Leopardi: invitata, i suoi vecchi alunni prepararono per lei una grande festa. E festa è oggi, domenica 22 febbraio, chiudendo questo scritto per i miei quattro lettori che si ostinano a cercarmi a pagina sei del vecchio ma nuovo giornale La Torre.
Ciro Adrian Ciavolino

Articolo pubblicato sull’edizione cartacea in edicola il 25 febbraio 2015