Era il 1991. Se facciamo bene i conti è un quarto di secolo. Vivere a cavallo di due secoli può essere anche divertente, di quel tempo possiamo dire: era il secolo passato. Poi diciamo ancora: sembra ieri. C’è intanto chi ricorda più di me, Gigi De Luca mi rammenta, chiedendogli la precisa data, che ci fermammo anche alla Galleria Scarlatti, per la quale in quel tempo lavoravo, l’avevo scordato, per lui fu un piccolo evento, una parentesi al di fuori dei suoi confini d’interesse, una variante di tragitto. L’occasione di questo scritto è per l’improvviso addio alla vita e alle scene di Luca De Filippo, con il quale Gigi lavorava in quell’anno, era in ” Questi fantasmi”. Il mio amico attore impersonava il ruolo di Rafele, anima nera, ilguardaporte di un antico palazzo, proprietà di Rodriguez Los Derios, Grande di Spagna, questo nome lo ricordo per le tante volte in cui inserivo la cassetta con la commedia in bianco e nero registrata da Eduardo per la Rai. Molte parti le ricordavo anche con l’ineffabile Ciro Biondino, che veniva spesso a trovarmi, aspirante attore ma senza mai applicarsi seriamente e senza studiare. Insieme citavamo frammenti di quell’opera ripetendo le più famose battute, specie quelle del primo atto dove nell’edizione eduardiana Ugo D’Alessio primeggiava, riempiva la scena, come si dice.

Sulle prime l’ancora giovane quarantenne Luca De Filippo ci lasciava un po’ perplessi avendo noi spettatori nella testa sempre la voce di Eduardo. Ci si abituava poi pian piano a diversi timbri, ad altre inflessioni, man Gigi-De-Luca-questi-fantasmimano che la storia scorreva sotto una grigia fuligginosa scena dell’ambiente, una stanza atra, senza luce. Si arrivava così al terzo atto, alla famosa scena del balconcino quando Pasquale Lojacono dialogava col dirimpettaio Professor Santanna, anima utile che non compare mai, com’è scritto nel copione. E’ la famosa descrizione della preparazione del caffè con la caffettiera napoletana, caffè a manto di monaco, il coppetiello sul becco, lo vedete il becco? Vedete quanto poco ci vuole per far felice un uomo…
Il giovane Luca già allora andava scrollandosi del peso di una paternità famosa, un monumento dove lui è stato scolpito con grande severità, il famoso gelo, come spiegò una volta il genio del nostro teatro. Ebbene Luca ne fece una interpretazione personale e magistrale, facendoci dimenticare il dèjà vu del grande maestro, del qual ci riteniamo un po figli, correndo spesso al San Ferdinando ogni volta che c’era il nostro Mito. Facciamo un passo indietro ancora: che anno era che giorno era, anni settanta sicuro: Eduardo. Nel suo camerino accarezzando mio figlio, dove con mia moglie eravamo andati, il piccolo Michele dieci anni o poco più aveva, e dicendomi è nu bello guaglione, scriveva una dedica al fanciullo sul volume di poesie ’O canisto, che avevamo acquistato proprio quella sera nell’atrio del teatro. Mia moglie Filomena ne fu contenta assai. Scena ripetuta vent’anni dopo al Diana del ’91, nel suo camerino Luca De Filippo, mentre si struccava, ci accolse con grande cordialità, senza il minimo disappunto, una limpida gentilezza.

Di fantasmi è ricca la storia napoletana, nominandolo ‘o munaciello. Si racconta che una ricca giovane, figlia di un commerciante di panni, Caterinella Frezza, innamorata di un semplice garzone, Stefano Mariconda. e da costui ingravidata, vide sui tetti gli sgherri del padre che lanciavano giù il giovane proprio in sua presenza. Fu mandata in convento, com’era d’uso. Partorì costei un piccolo e deforme essere, un figlio alquanto scheletrico e deforme. Dopo alcuni anni, vestito di un piccolo saio con cappuccio per sottrarlo alla vista pubblica, il fanciullo scappava intrufolandosi nelle case attraverso cunicoli o qualsiasi anche se minimo accesso. La leggenda narra di apparizioni spesso benevole: il munaciello poteva far dispetti ma essere anche generoso, di notte poteva presentarsi alle donne, che prediligeva, comparendo all’improvviso (ma forse atteso…). Non aveva e non ha, esistendo ancora, una platea femminile precisa di signore da ”visitare”, come a Torre del Greco, e del quale una volta si narrava, e poteva apparire Abbasciammare come, che so, a Via De Nicola, non faceva e non fa differenza di censo e di casta.
Le donne che trovavano il danaro sul comodino giustificavano l’entrata extra con la presenza assidua di un munaciello che le aveva ”prese a ben volere” e mariti allocchi o che facevano finta di crederci per quelle entrate che permettevano migliorie del tenore di vita, e stavano zitti, perché non si doveva rivelare, rompendo l’incantesimo.

Insomma si è sempre detto, siamo leciti, che in fondo il munaciello non era altro che il compare della donna che sostentava la signora per le sue spese ordinarie e straordinarie. Ipotetiche vincite al lotto anche perché lo spiritello dava numeri da giocare, si diceva. O semplicemente per ludici incontri, diciamo così. E’ quello che per eufemismo e con una certa eleganza chiamiamo lo scheletro nell’armadio, è il munaciello moderno che viaggia in buona auto o con moto, quello che poi diventa il classico amico di famiglia e quindi le sue apparizioni segrete o ufficiali, o presenze assidue in tutte le occasioni, che la signora crea per avere il munaciello personale a portata di mano, a cena, al teatro, in villeggiatura, dovunque e comunque, tanto è diventato “il fraterno amico” che l’uomo di casa non sospetta e mai chiedendosi il perché di tanta costanza.
Questi fantasmi si conclude con le famose battute: Prufesso’ ha detto che scomparirà, che ha sciolto la sua condanna. Come dite? Sotto altre sembianze? E’ probabile prufessò, è probabile…
Ciro Adrian Ciavolino
ph Pasquale D’Orsi


Articolo pubblicato sull’edizione cartacea in edicola il 16 dicembre 2015