Il rumore ha il suo tempo, quello della terra, della strada, delle persone che camminano, quelli che vanno, quelli che vengono, i rumori della casa, del mare, delle nuvole che anneriscono. L’estate è qui alle porte e s’annuncia aggrovigliata in coperte come in un letto, scontrandosi con qualche vento del nord e si smarrisce da queste parti, ne nasce un temporale. Non era nel progetto della giornata. È temporale, s’improvvisa. Porta rumori, scariche elettriche lacerano il cielo come stracciando un lenzuolo secco di sole.

Pochi ricordano la culla, forse nessuno, se non è un cimelio. Non so la mia, non credo di essere stato in una culla, quella di legno come guscio di noce, non so dove sono cresciuto, l’infanzia ha rare memorie. Ho succhiato latte in mezzo a un letto a tre piani, in una valle che poteva essere il punto di mezzo dove i materassi, pur congiungendosi sembrava volessero inghiottirmi. Consideravo la prova per una discesa agli inferi. Minuto com’ero credo che mia madre dovesse ogni tanto allungare il braccio in una fenditura molle e cercarmi. Il letto con spalliere di ferro smaltato, grande alla vista, contemplava di rigore tre coppie di materassi. I primi due erano detti sacconi, imbottiti di sbreglie. Sbreglia è una parola napoletana, come tante nostre: indica le foglie del granturco che, seccate al sole, nel loro disporsi e creando vuoti, davano una certa elasticità al giaciglio. Vado ad intuito, una ipotesi, che il Vico delle Sbreglie a Napoli, verso Via Brecce a Sant’Erasmo, proprio perché vicino ai Granili di Napoli ospitasse famiglie dedite alla sfogliatura delle pannocchie e dove si facevano essiccare le foglie. Era quello il compenso, forse. Il venditore ambulante col carretto di sbreglie dava voce: ‘E sbreglie p’’o saccone. Sacconi erano detti i materassi che poggiavano sulle tavole di noce del letto, e su quelli altri due materassi, di diverso colore, preferibilmente azzurri, con disegni damascati, che contenevano feniello, era il fieno secco, meno morbido, più compatto e più sottile. Più o meno un palmo di spessore, era mezzano tra i sacconi e i materassi di lana trapuntati con nocchettine che li avevano trapassati con un ago enorme, detto proprio ago per materassi. Quasi un lusso da dote.
I materassi di sbreglie avevano un suono gracchiante, si poteva avvertire a un leggero movimento. Le foglie, le sbreglie, avevano un loro odore, e così il fieno, e la lana. L’uso, nel tempo, naturalmente sbriciolava i vege- tali e bisognava ripulirli almeno una volta l’anno, e rifondere le perdite, al fondo dei materassi si trovava polvere.
Ed ecco la chiamata di mutuo soccorso, vicine di casa che si volevano bene si aiutavano nella cura dei materassi, e lo facevano in tempi diversi, spesso tra la primavera e l’estate: la manutenzione avveniva sulle logge. Per il lavoro sui materassi di lana, i cui batuffoli si erano rappresi perdendo morbidezza, il richiamo era avimm allarià ‘a lana. Allarià, allargare, o dare aria. I materassi di lana erano un segno di benessere, spesso quelli avuti in matrimonio duravano tutta una vita, e non tutti se li potevano permettere. Quelli che volevano significare una vita di stenti non sapevano dire disagio economico, dicevano: Nun ‘o ttenimmo, imma rurmuto ‘ncopp’‘i sbreglie. Significava povertà, non avere materassi neanche di feniello.

Col tempo il letto si è abbassato, i sacconi spariti, il fieno andato via. Lasciati anche quelli di lana, mi trovai come su un letto di contenzione, di quelli con le molle d’acciaio. Ho sopportato ferri ai fianchi come un Sedia-phDOrsicondannato dal Sant’Uffizio alle pene terrene prima delle pene d’inferno alle quali ho sempre ritenuto di poter essere condannato, trascinato con in mano il certificato di peccatore, senza attenuanti, pena da scontare intera nel fuoco eterno. I ferri marchiavano le delicate ossa della mia cassa toracica che per destino di magrezza atavica mi portavo addosso da sempre. Gli anelli sob- balzavano e frugavano nei miei fianchi come ventole di auto che non partono. Origliando si sarebbe potuto avvertire il sottile rumore dello sfregamento tra metallo e costole indifese per il sottile strato di carne che poco misericordioso ha sempre timidamente rivestito i miei fianchi. Era già il tempo in cui mancava il suono amico delle sbreglie che pareva un battere d’ali di piccioni quando prendono il volo scoperti sui nostri davanzali. Immagino la vita non proprio libera e dolce di coniugi desiderosi di intimità, in una casa in cui i figli si avvicendavano l’un dietro l’altro, l’amore doveva essere affrontato con movimenti controllati, e silenziosi, senza ‘na parola.

Notti insonni. C’è sempre una signora del piano di sopra senza culla. Il bambino ‘a pigliato ‘a notte p’’o juorno e non ne vuole sapere di una pupatella ‘i zucchero, rifiuta il biberon, la mamma cerca di farlo dormire battendo la larga fasciatura dove il pargolo è imprigionato come una mummia. Non c’è la culla e la mamma con gli occhi quasi chiusi per sonno perduto va avanti e indietro sui montanti di una sedia, toc toc, toc toc, rintrona il pavimento, rintrona il soffitto, toc toc.
Erano sei, all’origine, i materassi della mia vita, sono usciti di scena come i suonatori fanno per la Sinfonia degli Addii di Haydn. Ora ho un materasso unico, ingualcibile: non so di che sia fatto.

Ecco, il toc toc s’accompagna ai primi rumori dell’alba, le ruote di un traino traballano ammiezassangaitano, si sente lo scalpitìo sbilenco di un cavallo che sbanda ncoppupriatorio e sfregia la strada con scintille dai ferri, la lanterna oscilla cigolando, il primo tram numero cinquantacinque della classe operaia parte strillando sui binari ammiezatorre sotto lo sguardo paterno di Giuseppe Garibaldi dall’alto di un piedistallo. Qualche ubriaco è rimasto seduto su un gradino della Chiesa del Rosario, il capraro chiama le vellutate cornute creature per nome, bussa al portone, munge latte. Battenti pesanti di fornai si aprono esplodendo con rumori gonfi di calore rappreso nella notturna veglia, mentre l’odore di pane fresco corre per le strade. Il bambino piagnucola e la mamma indifesa lo culla sull’altalena della vetusta sedia di legno, prendendo anch’ella sonno.
Mia madre china per rifare il letto sfoglia quelle pagine di sbreglie fieno e lana come se volesse sbirciare dentro un libro di memorie.

E là dentro erano chiuse la sue memorie di donna incinta dodici volte nel crepitare delle sbreglie sotto l’assalto di mio padre sempre smanioso. Quale dodicesimo e ultimo figlio mi presentai, magrissimo e scuro, come tumefatto. Mia madre, mi racconterà poi, disse alla sua amica del piano di sopra, quella della sedia toc toc: Morirà anche questo, guarda com’è. Era stremata. Ne aveva persi otto di infanti. La conosco soltanto coi capelli grigi e col tuppo composto da una treccia lunga avvolta alla nuca sostenuto da ferretti di ferro e di osso. Non ha mai conosciuto tintura o rossetto o rimmel: le donne vivevano breve giovinezza. Amandomi più di tutti, morirà a novantacinque anni, qualche santo pietoso di vecchiezze l’ha avviata al sonno eterno forse cullandola su una sedia.
Toc toc, toc toc.
Ciro Adrian Ciavolino
ph Pasquale D’Orsi


Articolo pubblicato sull’edizione cartacea in edicola il 18 giugno 2014