Il poeta notò e scrisse: C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, un endecasillabo folgorante come un’aurora. / anzi d’antico, soggiunse. E proprio verso oriente, nel rosa che riesce a sopraffare il blu cinerino che si scioglie, brilla un astro, da giorni: sarà un pianeta, e non so dargli nome. Uno dei miei limiti, insieme a quello
della botanica, della mineralogia, altro, e quant’altro. E mi domando come si vive su questo pianeta senza sapere se ho poggiato la mano su un faggio o una betulla, sono abbondantemente agnostico. Quel qualcosa di nuovo che il buon Pascoli evocava, risalendo alla sua adolescenza, ai suoi compagni: Sono le voci della camerata / mia, le riconosco tutte all’improvviso, / una dolce, una acuta, una velata…Un compagno era morto e Ti pettinò co’bei capelli a onda / tua madre…adagio, per non farti male.
Si moriva fanciulli. Io sono un sopravvissuto.
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Aquiloni. Rimanevo ad aspettare il vento del primo pomeriggio scorgendo dall’ àstico altre figurine intente a dar filo alle comete. Comete, le chiamavamo così, poche lire alle due vecchiette vestite di nero in una stanza in curva alle mitiche grariatelle della ciucciara. Dove albergavano umori antichi tra le campane di vetro che proteggevano santi impolverati e tarlati. Aspettavamo il vento che tardi, molto più tardi sapemmo che era detto maestrale.
Nel tempo di quelle comete di carta velina, fragile veste di un piccolo schema di sostegno fatto di canne ad arte tagliate, la nostra innocenza trasmigrava negli impulsi della pubertà e gli occhi cercavano spiragli di bellezza nelle carni chiare delle giovinette, si vagava guardando sottecchi dalla nostra timidezza chi passava facendo rintronare sui basoli di lava le cadenze degli zoccoli, il poeta napoletano non si fece mancare quel suono di zucculillo zucculillo sulla scalinatella longa longa longa. Scalinatella. Un oltraggio ad un paese che si era adattato sulla lava vesuviana modellando scale, Gradoni e Canali, Gradoni e Cancelli, troppo ripide alcune per tentare di distruggerle, e meno male. Le scale di pietra un patrimonio da proteggere e non disperdere, distrutte soltanto perchè potessero passare automobili. Altre, circondate da lava, erano state ricavate sulla roccia ad arte scolpita perchè questo popolo paziente potesse viaggiare, e salire e scendere sulle scale dei Cappuccini ed altre, e su quelle volare carpendo odore di mare, e di legno calafatato, e sbatacchiare di vele mentre nel cielo comete, leggere di buon vento, si affratellavano amorosamente o litigavano per il predominio del territorio, erano lontane a combattere in cielo, e accapigliarsi alla maniera degli stessi bisticci nei vicoli, invettive spalmate sui muri che si stendevano al sole pomeridiano.
Sono un indigeno dei vicoli, li ho percorsi tutti. Sono nato inmezzassangaetano in una casa dove l’immagine del santo venuto da Thiene è lì, in una edicola abbandonata da cuori e occhi. Da lì andammo in Vico del Pozzo che ci inorgogliva soltanto perchè era detto Primo, mentre altri si svolgevano cadendo verso il mare, secondo o terzo vico. E sull’àstico del palazzo numero quattro aspettavamo che il vento di maestrale si districasse dalle pareti dei muri intorno e da bianche lenzuola a imitazione di vele, e per mandare verso il petto gonfio del Vesuvio le nostre creaturine di carta velina. E sul far della sera sistemarle sotto il letto perchè potessro riposare, acquietarsi, dormire.
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