La pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale sezione S. Tommaso d’Aquino di Napoli e la parrocchia S. Maria del Principio di Torre del Greco, in ricordo di Nicola Ciavolino a 20 anni dalla morte, domani 12 Don-Nicola-Ciavolinodicembre alle ore 18 ci sarà la celebrazione eucaristica presieduta dal Rev. Prof. Gaetano di Palma, decano della Pontificia Facolta` Teologica – Sezione S. Tommaso.
La commemorazione sarà introdotta dal Prof. Carlo Ebanista dell’Universita` del Molise – Ispettore per le Catacombe della Campania. Interverrà, inoltre, il Prof. Fabrizio Bisconti, dell’Universita` Roma Tre – Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.
Modererà il Prof. Giuseppe Falanga della Pontificia Facolta` Teologica – Sezione S. Tommaso. INFO: 081 7410000 (int. 334) • 081 8812132 • pftim@tin.it

Profilo
Nicola Ciavolino nasce a Torre del Greco (Napoli) l’11 febbraio 1943. L’11 marzo viene condotto al battesimo nella Basilica di Santa Croce. La sua famiglia, modesta e dignitosa, è formata dal padre Giuseppe, dalla madre Cira Ricevuto, da una zia paterna e dai figli Cecilia, Nicola, Giacomo ed Eugenio. Il padre, marittimo e ormeggiatore nel porto di Napoli, era un uomo semplice e lavoratore. La madre, donna forte e laboriosa, seppe guidare la famiglia con grandi sacrifici e coraggio, specialmente durante il periodo difficile della guerra.

Dopo gli studi elementari, Nicola frequenta la scuola di avviamento professionale nella sua città e, di pomeriggio, lavora come garzone presso varie botteghe (di falegname, orefice, tapezziere…) per aiutare la famiglia. A scuola incontra don Salvatore Maglione, suo insegnante di religione, il quale lo invita a frequentare l’Azione Cattolica e il gruppo apostolico parrocchiale. Nel 1956 si iscrive all’Azione Cattolica (gruppo “Loreto Starace”) nella Parrocchia di S. Maria del Principio, che diviene per lui – ragazzo sensibile e generoso, naturalmente dotato di intensa capacità di amicizia – un’importante scuola di umanità. In questo clima di impegno e di gioiosa esperienza di comunione egli matura il suo itinerario di fede, e scopre la chiamata al ministero sacerdotale, che approfondisce con serietà e umiltà, guidato dal suo parroco e “padre”, don Salvatore Maglione.
Si prepara in parrocchia per gli esami di terza media (poiché il diploma della scuola professionale non è sufficiente per l’ammissione in Seminario), sotto la guida paziente e premurosa del parroco, ed entra in Seminario nel 1959. Il 6 ottobre, al termine del primo giorno di Seminario annota nel suo diario: «Durante la Messa mi sono scese alcune lacrime di commozione, pensando al giorno della prima Messa. Ho chiesto a Gesù e alla Vergine protezione, affinché la mia vocazione non vada perduta, e infine, durante la comunione, il mio primo pensiero è stato quello di pregare per il parroco e per i miei genitori e per tutti i ragazzi che mi circondavano e che, credo, mi circondano con la preghiera». La permanenza in Seminario (11 anni), prima nel corso filosofico e poi in quello teologico, è in parte travagliata dall’impegno di studio non facile, per la mancanza di una buona formazione classica e per il suo carattere impulsivo, ma generoso. I superiori apprezzano la disponibilità nel servizio e le attitudini tecniche di Nicola, e gli affidano vari incarichi di animazione e di manutenzione degli ambienti. I suoi colleghi di Seminario lo ricorderanno in particolare per la sua cordialità, l’amicizia sincera e senza preferenze, la religiosità semplice e profonda, l’amore per la liturgia e per il canto liturgico. Essi si consigliano spesso con lui, di età più grande di loro, ricevendo sempre incoraggiamento e aiuto nelle difficoltà.
Nel 1968, il giorno di Natale, mamma Cira, colpita da infarto, chiude la sua vita terrena. Cinque anni dopo (luglio 1973) morirà anche il padre. La perdita dei genitori, in così breve spazio di tempo, costituisce una difficile prova per Nicola, giovane seminarista e poi giovane prete. Ma egli sa accettarla con serenità e rassegnazione, dando testimonianza di fede e di fortezza.
Il 29 marzo 1972, nella Cattedrale di Napoli, viene ordinato presbitero dal cardinale Corrado Ursi. Il 10 gennaio 1973 è nominato Vicario Parrocchiale di S. Maria del Principio. Nel ministero pastorale, ma anche nei luoghi quotidiani del lavoro e della vita, don Nicola mostra subito il carisma del “buon seminatore” della Parola di Dio nel cuore della gente. Con una sorprendente capacità di comunicazione riesce a fondere insieme, con semplicità, senso di concretezza e profondità evangelica. Tra i numerosi impegni di studio e di lavoro, egli si sente soprattutto catechista “a tempo pieno” nella sua comunità parrocchiale, dove tiene ogni giorno la catechesi sulla Parola di Dio.
L’amore per l’arte sacra, già coltivata negli anni del Seminario, diviene nel frattempo impegno coscienzioso di studio – vissuto con generosità e sacrificio – in vista di un servizio prezioso per le Chiese della Campania. Il 15 giugno 1974 consegue la specializzazione presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana di Roma. Nello stesso anno viene nominato Vice Ispettore delle Catacombe di Napoli e della Campania: inizia subito il suo instancabile e appassionato lavoro per la valorizzazione del patrimonio di archeologia sacra della Campania e in particolare delle Catacombe di San Gennaro, al fianco di monsignor Raffaele Calvino (sono gli anni del rilancio delle Catacombe, con lo scavo della sepoltura di San Gennaro e la sistemazione della basilica sotterranea sotto la guida illuminata dell’illustre archeologo padre Umberto Fasola, suo maestro e amico). Dal 1984 è anche docente di Archeologia cristiana nella Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale Sezione S. Tommaso d’Aquino e membro ordinario dell’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Napoli.
Nonostante tanti impegni e responsabilità, per la sua comunità parrocchiale don Nicola non risparmia nulla di sé, ma dona ogni energia in un’esemplare sintonia di vita sacerdotale con il parroco don Salvatore Maglione, con il quale già dal tempo del diaconato (1971), vive nella casa canonica la vita comune sacerdotale, che continuerà fino alla morte. Ha compreso che è qui, nella sua piccola comunità, il primo legame di amicizia, di comunione e di fede che solo può aprire all’universalità della comunione ecclesiale. Questa scoperta egli traduce in un servizio pastorale attento a suscitare nei fedeli un senso vivo e concreto della comunità, attraverso la coscienza di una continuità storica, di un’identità religiosa e culturale, e di una memoria preziosa da rinnovare nel tempo.
In questa luce assume autentico spessore pastorale l’instancabile impegno – sempre nutrito da profonda passione e inesauribile creatività – a ricercare e valorizzare le memorie della sua parrocchia e della Chiesa di Torre del Greco. Intraprende lo scavo sotto la chiesa di S. Maria del Principio per portare alla luce parte del tempio sepolto dalla lava nel 1794, con l’antica edicola della Madonna. Cura l’allestimento del museo storico parrocchiale e della biblioteca. Si prodiga soprattutto per risvegliare la memoria del Beato Vincenzo Romano: organizza la ricognizione del corpo e la peregrinatio in tutte le parrocchie di Torre del Greco; fonda e dirige il Centro Studi Beato Vincenzo Romano, e organizza il primo congresso di studi sul tema L’impegno pastorale del Beato Vincenzo Romano nel suo contesto storico (1983).
In questa stessa ottica “pastorale” si comprende anche la profonda devozione – sempre legata alla ricerca e allo studio – di don Nicola per San Gennaro. Nell’amore per il martire beneventano egli ha avvertito un legame di comunione profonda e viva con le Chiese campane delle origini, con la loro fede apostolica che ancora ci raggiunge attraverso il tempo, e che egli sapeva leggere nelle antiche pietre con la perizia dello studioso e con il cuore colmo di stupore del credente.
Il 19 novembre 1985 è nominato Prelato della Cappella del Tesoro di San Gennaro. Nella bolla di nomina il cardinale Corrado Ursi scrive: «Siamo certi che tu, mosso dal tuo fervido spirito sacerdotale, ti adopererai a promuovere il culto del Santo Patrono coltivando una illuminata devozione dei fedeli radicata nel mistero di Cristo e nel senso della Chiesa». È ciò che ha fatto instancabilmente e con gioia, con la parola, lo studio e la promozione di numerose iniziative pastorali e culturali. Pochi mesi prima della morte ripercorre i luoghi delle memorie di San Gennaro (Benevento, Pozzuoli, Montevergine), quasi come ultimo pellegrinaggio di fede, per preparare un video (Sulle orme di San Gennaro in Campania) destinato alla comunità italiana in Australia.
Nel mese di gennaio del 1993 i medici gli diagnosticano una grave forma di carcinoma polmonare. Si dispone a lottare con grande determinazione e speranza, ma anche con serenità. In clinica compie cinquant’anni. A marzo celebra in parrocchia l’anniversario dell’ordinazione presbiterale. Continua con la generosità di sempre il suo lavoro di sacerdote e di docente. Nel mese di settembre prende parte al Congresso di Archeologia cristiana a Cassino, presentando una relazione (sulle scoperte archeologiche in Campania durante gli ultimi dieci anni), che riscuote il plauso di tutti i presenti. In essa don Nicola offre in qualche modo i frutti di venti anni di ricerche archeologiche: quei frutti che il suo ministero pastorale, forse troppo generoso, non gli aveva ancora permesso di raccogliere e sistematizzare in una pubblicazione organica. Riprende regolarmente gli incontri di catechesi per gli adulti e per i giovani. A dicembre organizza il secondo convegno di studi sul beato Vincenzo Romano. Tiene regolarmente il corso di Archeologia cristiana da febbraio a giugno 1994. Partecipa con grande gioia e tanta fede al suo ultimo triduo pasquale: tiene l’omelia il Venerdì santo e canta, con tutta la sua voce, l’Exultet nella notte di Pasqua. Vuole infine predicare il mese mariano per intero sul tema della famiglia. Nel mese di giugno, aggravandosi la sua malattia e non potendo più recarsi alla Facoltà Teologica, esamina con grande sacrificio, ma con perfetta lucidità, gli studenti del corso di Archeologia in canonica, dando prova di grande amore per la scienza e di grande rispetto per i suoi alunni.
Il 1 luglio riceve un diploma di benemerenza, conferitogli dal Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana (nel corso delle celebrazione per il centenario della morte di Giovan Battista de Rossi, fondatore dell’archeologia cristiana). Tra le altre motivazioni, si ricorda che egli «ha diretto a più riprese, come Vice Ispettore della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, una serie di indagini archeologiche a Napoli e in provincia, giungendo a scoperte di grande rilevanza scientifica», e, inoltre, «con notevoli sacrifici personali ha provveduto alla salvaguardia e alla valorizzazione delle Catacombe di San Gennaro».
Consigliato di trasferirsi in famiglia fin dall’inizio della malattia, aveva deciso di restare in canonica a continuare, nella passione e nella morte, quella vita comune sacerdotale, che conduce con il parroco da oltre venti anni. «Ho dato la mia vita per la comunità», confida agli amici, «e adesso ho bisogno di sentirla vicino». E gli amici hanno compreso che queste parole trasmettevano, con il bisogno umano di vicinanza e di solidarietà, un senso vivo della comunione ecclesiale. In essa don Nicola può vincere l’angoscia della solitudine, dell’inutilità esistenziale per vivere i giorni della malattia con la certezza di un servizio d’amore – quello più difficile e più importante – da rendere ancora nella sua comunità. Ma senza eroismi né superficialità. Anche quel suo “scherzare” sulla malattia, noto a tutti, rivela a chi gli è vicino tutta la fatica di imparare ad accettare ogni giorno un po’ di più il mistero dell’umana fragilità. Per questo, anche il suo morire è divenuto, nella comunione della fede, una scuola di umanità.
«La vita umana è debole», ripete negli ultimi giorni. E, nelle sue ultime parole, la percezione lucidissima della vita che se ne va («ogni giorno che passa qualche cosa si stacca da me»), si accompagna a un atteggiamento di abbandono («questa pagina tanto difficile, che il Signore mi ha dato, la devo accettare con fede e amore») e al pensiero delicato di non voler «disturbare tanta gente». Un timore subito cancellato dalla certezza di una vicinanza d’amore: «Vedo che lo fanno per amore».
Don Nicola è ritornato alla casa del Padre il 29 agosto 1994. Sul suo feretro una lucerna antica e la Bibbia consumata con la quale ogni giorno ha fatto catechesi nella sua comunità.

Molti mestieri
Da Storia di una vocazione. Appunti di un anno di preparazione (1958-1959)

Sono nato l’11 febbraio 1943 alle ore 8 in Corso Umberto I, n. 15, a Torre del Greco, nella festività dell’apparizione della Madonna Immacolata a Lourdes. I miei genitori Giuseppe Ciavolino e Maria Cira Ricevuto gioirono alla mia nascita anche se nel burrascoso periodo di guerra. Mia madre al lieto evento si commosse e si rallegrò, poiché una vicina le aveva detto che la Madonna miracolosa di Lourdes mi aveva portato. A Lei la mia buona mamma mi affidò nel giorno del santo battesimo, l’11 marzo, in Santa Croce e mi impose il nome di Nicola, affidandomi anche alla protezione di questo grande Santo…

La mia infanzia e la mia adolescenza le ho vissute come tutti i ragazzi di questo mondo. Però i miei giochi preferiti erano le processioni di santini, gli altarini, le funzioni religiose celebrate in casa. Mi dicono che ero buono e ubbidiente. La prima comunione e la santa cresima le ho ricevute nel santuario di Pompei l’11 marzo 1956 all’età di 13 anni, per ragioni familiari, insieme a mio fratello Giacomo.

Prima di avere il dono della vocazione sacerdotale, da ragazzo ho fatto molti mestieri: ho fatto il tapezziere, imparando a tapezzare sedie e poltrone; ho fatto il barista, il falegname, l’orefice, sempre però dopo la scuola, al pomeriggio, per poter così aiutare la mia famiglia che ne aveva bisogno, essendo mio padre ormeggiatore nel porto di Napoli e noi famiglia numerosa composta di quattro figli: mia sorella Cecilia, io e i miei fratelli Giacomo ed Eugenio e una zia Rosaria.
Frequentando la scuola di avviamento professionale conobbi l’insegnate di religione, don Salvatore Maglione, che mi invitò a iscrivermi all’Associazione Cattolica maschile della Parrocchia S. Maria del Principio e a partecipare al Gruppo Apostolico, che aveva come doveri la preghiera assidua, la frequenza ai sacramenti, la catechesi e l’apostolato. Qui ho sentito la voce di Dio, che mi chiamava a seguirlo. Ma per entrare in Seminario si richiedeva almeno la licenza della Scuola Media e non quella della Scuola di Avviamento Professionale, che avevo conseguito nel 1957. Fu quindi necessario prepararmi in privato, essendosi offerto come guida e professore il mio Parroco don Salvatore Maglione. Per me non fu facile lo studio del latino e di altre materie classiche, per cui spesse volte misi a prova di pazienza il professore, che mi rimproverava, mi puniva, ma nello stesso tempo mi incoraggiava e mi esortava a pregare per conoscere meglio la volontà di Dio.
Durante quest’anno ho sempre continuato a impegnarmi nella vita spirituale, nell’apostolato tra i giovani e i ragazzi della “Loreto Starace” e a prestarmi per lavori materiali in chiesa e agli scavi dell’antica chiesa seppellita dall’eruzione vesuviana del 1794. Finalmente il 4 ottobre 1959, con il beneplacito dei superiori del Seminario Minore a Capodimonte, entrai in questo santo luogo per iniziare il mio cammino verso il sacerdozio.