Uno che nasce a pochi giorni dalla fine di un anno qualsiasi di un secolo qualsiasi, in qualsiasi posto dove si potrebbe nascere, è spesso destinato ad essere dichiarato come nato nell’anno successivo. Così che devo talvolta rispondere a un certain sourire al di là di uno sportello con altrettanto sorriso. A qualcuno, in vena mia di confidenze, spiego di essere nato il ventotto dicembre di un certo anno di un certo secolo quando i genitori m iei, speranzosi ch’io ce la facessi a sopravvivere al mio evi- dente stato di leggerezza fisica, speravano anche che andassi a militare un anno dopo il dovuto, e magari scansarlo, non si sa mai. Ma lo stesso scansai il servizio, per deficienza toracica, come scrivevano su un modulo che sembrava una condanna a La-Perduta-Bellezza-ph-D_Orsimorte imminente. Ma, come da qui chiaramente si evince, seppure con tanti occhi secchi d’attorno, e possibili naviganti del tredicesimo Canto del Purgatorio, i condor stanno aspettando da l unga pezza, dagli anni anteguerra ultima e ormai lontani. E possono aspettare: troveranno, chissà dove chissà quando, soltant o un mucchietto di ossicine sulle quali ci sarà poco da spolpare. Intanto diciamolo, siamo tutti felici d’essere nati metà Nett uno e metà Fauno tra mare e Vesuvio. Il mio disappunto, piacendomi tanto la divisa da marinaio, è perpetuo. Capita proprio che vivendo in una città di mare qualsiasi su un mare qualsiasi di marinai in giro se ne potrebbe e dovrebbe vedere. Certo adesso pochissimi. Una volta I marinai non potevano uscire di casa senza divisa. Erano gli anni in cui si cantava ancora

Signorine non guardate i marinai
perché… perché vi potranno procurare tanti guai
perché… perché
coniugando il verbo amare
lor t’insegnano a nuotare,
poi ti lasciano affogar…
Poi continua. Grande successo. I marinai comunque erano belli, camminando in città sembravano gabbiani in volo.

Uno che nasce in una città di mare, in qualsiasi anno e in q ualsiasi giorno, sente addosso il respiro della madre e del mare, le parole con una D in più o in meno sono quasi uguali. M ettiamoci anche amare. Suoni, piccole differenze, nella bocca di un bambino si mischiano, un groviglio di assonanze. Uno che cominciò a scrivere giovinetto su foglietti extra strong comprati venti alla volta alla mitica Cartoleria Mattia Mazza, in via Beato Vincenzo Romano, angolo Via Teatro, scrivendo a penna col pennino a Cavallotti, che conquistò manco trentenne la mitica Olivetti Lettera 22, che ora si trova davanti a una tastiera di computer e che scrive stamattina di marinai, fu portato a quattro cinque anni nello studio del giovane fotografo Guerino Marianera, Ammiezassangaitano, costretto in un ruvido vestitino alla marinara, e accompagnato poi in una piazza non qualsiasi, la domenica. Dove c’è una piazza c’è una chiesa e dove c’è una chiesa c’è un campanile, e se è una città di mare i marinai ci dovrebbero stare come ci stanno i gabbiani, e le madri e i figli dei marinai.
Il Pio Monte dei Marinai in piena Controriforma albergava nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, una istituzione di mutuo soccorso che Don Vincenzo Romano, già in odore di beatitudine, ispirava e benediva, per riscattare marinai prede di saraceni o corsari, aiutare famiglie indigenti o bisognose spose.

Il quartiere più antico, meglio conosciuto come Amiezassantamaria si salvò, insieme al Palazzo Baronale, dall’eruzione del 1794 perché era su una altura. Fu scartato dalla lava come io da marinaio di leva. Nei tre vicoli, primo, secondo e terzo, v’erano gli alloggi dei soldati che da secoli prima erano colà di stanza. Tra la Chiesa e il Palazzo Baronale c’è una cappella, una specie di sacello, di buon disegno d’epoca, chiuso da una porta di legno e dove gli abitanti del luogo appendevano figurine e fotografie di marinai, molti dispersi sulle navi durante la guerra a metà Novecento, rinnovandone nel tempo il repertorio con morti civili recenti, devozione di abitanti che hanno il senso del quartiere, dell’amicizia, della memoria dei loro cari defunti. E’ diventato il sacrario di un popolo che ha anche una lingua torrese come era la vera lingua torrese.
La chiave del sacello ce l’ha Antonio Marasco, famiglia antica che da saponari divennero antiquari. Antonio è un brav’uomo ossequioso, appassionato del suo mestiere, un po’ di stanze sulla strada che porta Ncoppuvavaracano, ci siamo capiti. Nelle stanze di questa brava gente c’è polvere su lampadari passati per molte case, qualche tappeto, vecchi quadri, stampe, varia chincaglieria. E santi assai. Dà l’idea di un luogo devozionale. C’è polvere e silenzio di un mondo lontano, i santi sono impolverati di tempo, continuano a vivere qui nella loro eterna immobilità, aspettano dentro campane di vetro, sembra che si parlino, come a chiedersi quando avverrà la fine del mondo dove ci aspetta la vera Comunione dei Santi, tutti insieme appassionatamente, schierati sulle mura del cielo come quelli raffigurati n elle grandi cattedrali bizantine, romaniche o gotiche, stirati come sottovetro.
Buon peccatore, non so dove andrò a finire. Non mi son fatto mancare però un distintivo per guadagnare indulgenze: sono socio dell’Associazione Marinai d’Italia.

La campana di Santa Maria di Costantinopoli non suona più, forse non c’è proprio più e alcuni pilastri del sagrato sono ciclopi sdraiati al sole o alla pioggia, rigidi e frantumati nei loro parallelepipedi perduti. Mi trovo sempre a fare o dare o prendere segnali di cose fatte a fette, da decenni, quarti di secoli, questi sono pachidermi di pietra lavica squartati, vilipesi e imbrattati, ignorati dalla storia, a sua volta indifesa, seppure vestita di perduti segni di bellezza che soltanto alcuni di noi ancora amanti di questa terra quelli tentano di conservare, sotto sguardi indifferenti e silenzi di chi dovrebbe tutelare il nostro patrimonio. Silenziosi come santi laici, mi si perdoni l’ossimoro. Abbiamo cento ragioni per lamentare degrado, spartito tra il potere che non fa il potere e il cittadino che non fa il cittadino.

Tebe era la città delle cento porte. Anche la nostra è una città che ha cento porte, potrebbero spalancarsi seppure a un Paradise Lost, ma sono chiuse, sprangate. Non alla Grande, ormai, ma alla Perduta Bellezza.
Ciro Adrian Ciavolino

Articolo pubblicato sull’edizione cartacea in edicola il 16 aprile 2014