Ricordo benissimo come fu che cessai di dipingere. Una
sera, dopo essere stato otto ore di seguito nel mio studio,
quando dipingendo per cinque dieci minuti e quando
gettandomi sul divano e restandoci disteso, con gli occhi
al soffitto, una o due ore, tutto ad un tratto, come per
un’ispirazione finalmente autentica dopo tanti fiacchi
conati, schiacciai l’ultima sigaretta nel portacenere colmo
di mozziconi spenti, spiccai un salto felino dalla poltrona
nella quale mi erio accasiato, afferrai un coltellino radente
di cui mi servivo qualche volta per raschiare i colori e a colpi
ripetuti, trinciai la tela che stavo dipingendo e non fui
contento finché non l’ebbi ridotta a brandelli.
Alberto Moravia: La noia – 1960 – Ed. Bompiani

Eccola, è qui, pagina bianca o tela fa lo stesso. La pagina è sul computer, finta. La tela è più in là,vera, nuda, lunare, vergine. Il vuoto cosmico, la coscienza perduta. Nel bianco una dispersa bellezza, è l’attimo del risveglio da un sogno, una dissolvenza. E’ quasi la mia prenascita, nel nulla esistente, in una città di sagome come impermeabili chiari nella pioggia, viandanti che si perdono in involucri cittadini senza confini, Tela-Bianca-Rotta_phDOrsisudario evanescente, inafferrabile, senza corpo. E corpo non ero prima che mio padre stanasse mia madre dalle bianche lenzuola di tela d’Olanda e la ingravidasse per la dodicesima volta. Di me dicevano che ero la rattatura, residuo di impasti per pane nella madia. Fu destino nascere senza che andassi incontro a morìe infantili, per molti anni avrei visto scendere per la strada dove lentamente crescevo carricielli bianchi trainati da un paio di annoiati cavalli con pennacchio bianco sul cruppo.Talvolta il becchino municipale scendeva per la strada portando sottobraccio una piccola bara bianca dipinta a calce, sei tavulelle e basta, i frutti acerbi di una casa povera. Si rimaneva in questa immanenza, una ricorrenza nella norma, un balzello in natura, qualche donna all’angolo di un vicolo raccattava dalle bomboniere fredde nella cristalliera di casa una vranga di confetti. Era nata e finita una vita, a volte senza un vagito, lasciando qualche lenzuolo tinto di sangue ancora vivo da far sbiadire in una purificatrice bagnarola di livido zinco. Come macerare la memoria, per perdersi poi in fatiscenti rigagnoli verso il mare.

La pagina bianca non ha corpo, non ha dimensioni se non in una impalpabile piattezza, e questa è finta, l’avevo detto. Così è la pittura, dove anche la rapprentazione, pur descrivendo corpi, sostanze, uno squarcio di vita, non ha verità. E non ha misure tattili. Se ti sposti non cambia nulla, è materia a una sola dimensione, non muta visione. La scultura no, basta inclinare la testa, fare un passo e cambia tutto. Puoi andarci intorno. Puoi accarezzarla, sentirne la sostanza, prevederne il peso, la origine, la sua terra. Così che noi quaggiù non potevamo farci mancare terra e fuoco e pietre e mare, un destino. E’ qui su di noi incombente, il Vesuvio. Nella sua gravità non è mai minaccioso, potrebbe essere una scultura di Henry Moore, o un totem, o un ammasso di carne che ci comprende e ci comprime, e ci partorisce giorno per giorno, ora per ora. Può assorbire alito di luna, baci di sole, carezze di vento. Potrebbe sciogliersi dal torpore, tanto sappiamo ricostruire una città, e insistiamo, senza benefici di una buona guida, siamo su strati vissuti anni addietro, e in quelli custoditi nell’eternità, tranne qualche insula, Sora, sempre più depredata, scorticata da mani crudeli.

Siamo fatti di mare e di magma, mi disse un’amica. Basta indirizzarti sull’asse nord sud per ritrovarti alla luce, come se si aprissero orizzonti rotolati da scatole cinesi, fui figlio di ventre madre casa città, mille anni che sono qui, come un reperto ossa e gesso bianco, trovato sotto una unica plaga coperta da un vello di lapilli cocenti. Sono scultura modellata da me stesso, per cercare una strada mia, un luogo per divenire prigioniero delle parole mie delle pagine mie dei colori miei della creta mia. E se sulla tela bianca ancora non ho infilato il coltello è soltanto la pietà di non nasconderne il senso, se c’è. E ora finisco nel cono d’ombra di una eclisse per cercare ancora un rivolo di bellezza senza viltà e inganni addosso come una caduta di lapilli nell’estate.
La tela è bianca, Scendo al mare, per trovare azzurri sparsi sulle balze di lava che vive ancora come quando friggeva nel mare, lo chiamammo mare seccato, da dove viene una giovane felice sotto la cresta di capelli neri e orecchini a cerchio e calzari lucenti, sembra uscita dal mare come sposa di Nettuno, argilla-carne scolpita di salmastro e di sole, cadenza di passo suadente, i cerchi alle orecchie trovano echi sui fianchi opimi, nel petto ostentato, nel sorriso presuntuoso, tutto di lei fluisce da una atavica nobiltà fatta di mare e di magma.
La tela è bianca.
Ciro Adrian Ciavolino

ph Pasquale D’Orsi
Articolo pubblicato sull’edizione cartacea in edicola il 7 ottobre 2015