Ebbene, sì, lo confesso: sono un maniaco! Per evitare spiacevoli equivoci, è meglio chiarire subito che non ho nulla a che vedere con quei poveri ‘malati’ che spaventano le donne mostrandosi nudi sotto l’impermeabile. Non sono neppure – grazie a Dio – uno di quegli spregevoli ‘mostri’ che si eccitano al solo vedere un bambino. La mia è una mania assolutamente innocente, ma me la porto appresso sin da piccolo; non riesco a liberarmene, e sono contento così.

Sono riuscito a far nascere in voi una certa curiosità? Volete sapere qual è questa mania? Forse resterete delusi, aspettandovi chissà quale intrigante ossessione. E invece si tratta semplicemente di questo: ho una passione sfrenata per i tram!
Da ragazzetto incosciente, e anche un tantino maleducato, non riuscivo a trattenermi: mi aggrappavo con tutt’ e due le mani alla parte sporgente, rotondeggiante, del tram, quella che conteneva la fune del trolley, i piedi saldamente piantati sul paraurti, e via di corsa per la città! Spesso capitava che in una curva, o per una frenata improvvisa del mio mezzo di trasporto, perdessi l’equilibrio.

E allora afferravo la fune del trolley che, inevitabilmente, fuoriusciva dalla sua sede, e il tram restava senza corrente. Il bigliettaio, giustamente infuriato, scendeva dal tram, m’inseguiva per un certo tratto di strada minacciando di voler fare un buon brodo con le mie ossa tritate; poi – rassegnato – tornava verso la vettura, sistemava il trolley nel suo alloggiamento, e il mezzo pubblico riprendeva il suo viaggio.
Quando in città cominciarono a circolare anche i filobus, il divertimento si raddoppiò. Il filobus aveva ben due trolley, uno per me ed uno per Pasqualino, che – seppure titubante all’inizio – diventò poi, come me, un cliente fisso clandestino dell’azienda tramviaria partenopea.
Quante belle sgroppate, dal Vomero per Via Salvator Rosa, fino al Museo, con il vento che ci scompigliava i capelli che, a quell’epoca, abbondavano sulle nostre brune testoline! Pasqualino… Un giorno, più di quarant’anni fa, se ne andò in America… chissà che fine avrà fatta…
Da quest’ultima, nostalgica, considerazione, avrete sicuramente capito che di tempo ne è passato tanto, per me; non sono certamente più in grado di ‘appendermi’ a un tram o a un filobus. E allora, vi domanderete: in che modo si nutre ancora la mia mania per i tram?

E’ semplice: tutte le mattine scendo di casa, mi reco alla fermata dei mezzi pubblici più vicina, salgo sul primo tram che capita, e vi resto per un paio d’ore. Arrivo al capolinea, e poi torno indietro, anche due o tre volte. Statene certi, il divertimento è assicurato! Prima o poi, qualcosa dovrà succedere…
Per la verità, adesso sul tram manca un ‘protagonista’ di assoluto rilievo: il bigliettaio, quello che m’inseguiva quand’ero ragazzino, minacciando di voler ridurmi in spezzatino o in polpette, se m’avesse acchiappato.
Quando smisi di fare ‘l’equilibrista’, per raggiunti limiti d’età e per dignità, era un piacere dialogare con il bigliettaio. Diventava per tutti gli abituali frequentatori della linea un amico, con il quale si scambiavano quattro chiacchiere, mentre il tram, scampanellando per farsi strada nel traffico, procedeva, allegramente e spedito, lungo i binari…
L’hanno sostituito, il buon ‘vecchio’ bigliettaio, con un’assurda ‘macchinetta’: l’obliteratrice!
E che ci posso parlare con la macchinetta, io? Oppure lei mi può chiedere se a mio figlio è passato il morbillo, o se mia moglie è incinta un’altra volta? Maledetto progresso! Le macchine, al posto degli uomini: che tristezza!
E poi io vorrei sapere quale mente geniale ha partorito il termine: macchina obliteratrice! Dio Santo, ma un nome un poco più ‘cristiano’ non lo si poteva trovare? Ho cercato sul vocabolario.

Esiste il verbo obliterare, da cui scaturisce obliteratrice. Mi sono chiesto: e se voglio dire che il biglietto lo ‘vidimerò’, lo annullerò’ più tardi, qual è il futuro semplice di ‘obliterare’? Obliterò? Oblitererò? O quale altro diavolo sarà?
Le mie profonde riflessioni grammaticali vengono interrotte da qualcosa che sta accadendo sul tram… Ecco, ne sono sicuro, ci siamo… Signori, s’alza il sipario, comincia la rappresentazione!
E’ quasi mezzogiorno, fa molto caldo, il tram è stracolmo…
Un signore, molto distinto, seduto comodamente nella prima fila di poltroncine, legge il giornale. Ad ogni frenata del tram, per poco non gli cade in braccio una donna, tanto corpulenta che potrebbe tranquillamente essere considerata due donne.
Aspetto il momento che sicuramente verrà, pregusto il godimento…
Ad una curva più ‘arcuata’, infatti, la donna si scompone, perde l’equilibrio, traballa, si china in avanti, piomba sul giornale che cade dalle mani del signore.
“E stia attenta!” si lamenta l’uomo. “Sto leggendo, anzi stavo leggendo il giornale!”
“Ma che volete da me!” si difende la donna con vigore. “Quello è il tram che truculìa…”(traduco, a beneficio di quanti non conoscono la lingua napoletana: che ‘traballa’, ‘oscilla’) .
“E lei si tenga più saldamente.” continua il signore.
“Certo, se stessi seduta come certa gente,” insinua la donna “non mi sentirei come una barca in mezzo al mare… Se la gente fosse più educata…”
“Che cosa vuol insinuare, che dovrei cederle il posto?” domanda l’uomo, con tono di voce stentoreo.
“Un vero signore lo farebbe…”
A questo punto, il presunto ineducato si alza e, sempre ad alta voce, proclama:
“Per sua norma e regola, io sono un signore! Permette? Generale Altieri, ora in congedo, grande invalido di guerra.”
La donna non si scompone di fronte all’alto ufficiale.

“E va bene, lei è generale, e sarà pure grande invalido, ma sapesse quanto sono invalida io! Ho il colesterolo alto, la glicemia, il diabete, e m’hanno operata già sei volte…”
“Non parliamo di ferite e di infermità!” ribatte con fierezza il generale. “Ogni medaglia che m’è stata conferita, l’ho pagata, duramente, col sangue. Per le operazioni chirurgiche, poi, non ricordo neppure quante ne ho subite…”
“Alle gambe?” chiede la donna.
“Sì, anche alle gambe, e varie volte… Durante la campagna d’Africa… una maledetta infezione… Ho rischiato persino l’amputazione.”

“Pure io, a Varcaturo, una decina d’anni fa… Stavamo a casa di zia Concetta, al mare… Rasentai la cancrena… il graffio di una fetente gatta selvatica, vecchia e malata… ” afferma la donna. “E lo stomaco? Come va il suo stomaco?”
“Una terribile ulcera…” conferma il generale. “Sa, con quello che s’è costretti a mangiare in tempi di guerra…”
“Eh, l’ulcera la tenevo tre anni fa, insieme con la colecisti…” ricorda la donna, quasi con nostalgia.
Vanno avanti per un bel po’, e l’elenco delle malattie e degli interventi chirurgici sembra non finire mai. Nel frattempo, ‘il posto a sedere’ è rimasto libero…
“Con permesso…” dice un giovanotto, mentre si fa largo, garbatamente ma con decisione, tra il fiero, alto ufficiale e la ‘donna cannone’.
“Questi qua” continua riferendosi con ampi gesti al generale e alla signora “hanno più malattie dell’enciclopedia medica e tengono la forza di chiacchierare e di stare allerta! Io, con questo caldo, mo’ schiatto. Scostatevi un pochettino, per favore, che mi vado a sedere!”

Ernesto Pucciarelli