L ’artista di Canon 5 D, il fotografo, o di pennello kolinsky Marder,il pittore, s’innamora di una vela, di una bitta, di un’ancora, di una rezza marcia abbandonata su un angolo di Portosalvo avvolta su se stessa come un gatto al sole. L’artista non fa differenza tra un gatto una barca e una sartìa. Ho scritto sartìa anche con l’accento sulla i per dire la parola esatta che soltanto pochi conoscono. Non importa questo; la sartìa è una grossa fune, di canapa, se si fanno ancora di canapa. Meglio dire con parola nostra: ‘a cimma. Qui c’era qualche fabbrica di queste f uni, tiravano la canapa anche al sole del mitico lembo di roccia vulcanica sulla quale gravita Calastro da secoli. Un buon pittore dell’Ottocento, Gioacchino Toma (1836-1891), che forse ancora non conosceva i pennelli Kolinsky Marder ha dipinto un bel quadro per aver visto funari da queste parti, lo intitolò I funari di Torre del Greco e si individua che lì ha visti veramente a Calastro.

L’opera è al Museo di Capodimonte. Quando dai nostri vicoli andavamo ai bagni della Scala sotto i nostri piedi p rendevano alloggio fili di canapa. La corderìa continua a essere memoria degli storici e dei vecchi. Io non scrivo, non so scriv ere di storia. Ho sempre ritenuto però di fare la storia senza scrivere di storia, ognuno si ritaglia un vezzo e questo me lo r itaglio addosso, un vestito su misura, un autosarto, posso dire? Lo dico. Quando a qualcuno, che come me ha eletto Totò a icona del linguaggio cinico e surreale, parlo di Pasquale il fotografo (di Pasq uale D’Orsi che qui m’accompagna) mi aspetto, da chi mi ascolta, almeno un sorriso, pensando al personaggio di Miseria e Nobiltà magistralmente interpretato da Enzo Turco. Ed ora può anche sorridere a un intreccio di cimme annodate come un abbraccio di nobili amanti o un bacio di mamma. Eccole le cimme annodate d’amore ad un anello sulla banchina di Portosalvo o sulla diga foranea: come dicono bene diga foranea quelli che lo dicono, anche se non sanno che vuol dire diga foranea. Ma questo non interessa, interessa che il fotografo che deve sostenere e suggerire con una foto il tema all’artista che scrive, riesca a fargli vedere quel che lui vede con il terzo occhio. Egli farebbe parte, se mai ci fosse, della Associazione Torrese del Terzo Occhio: la sigla sarebbe ATTO, che non è male. Atto, allora gesto, mozione, ed emozione, un atto pubblico di presenza nella città della quale molti si lamentano ma niente fanno per dare una mano. Alcuni la dovrebbero tendere una mano, stenderla su un ceppo con accanto un uomo col cappuccio nero e munito di una scure pronto per punire chi è capace di mandar per terra qualunque cosa che ritiene superflua. I due capi delle cimme non sono un ibrido abbraccio: due colori, una nuova una no, una tinta una no, un abbraccio, un bacio come integrazione sociale, uno nero e uno bianco, a Torre come a Brooklyn o dove volete, nei luoghi di una inesauribile promiscuità dove s’intrecciano colori di razze diverse.

Cime-Mare-ph-Pasquale-DOrsiQuale sarà mai la barca tenuta al molo dalle due cimme rimediate per trattenerla, e chi lo sa, è probabilmente azzurra, quell’azzurro che soltanto qui, m’illudo, splende sotto sferzate di sole oppure che s’illividisce per un veloce temporale. La cimma si tende o si gonfia come se respirasse, s’addormenta o s’intristisce se trattiene più sole o più acqua: di certo, la cimma è consapevole del suo mestiere e non abbandonerà la barca azzurra. E continuerà, per quanto? a conservare il suo afrore di mare di catrame di vento di legno di squame di fatica di ruggine. La canapa è un vegetale fitto con foglie-rami lunghissime, sec- c ata al sole diventa dorata, per farne uso. Sin dal tredicesimo secolo si conosce una edicola sacra di una Madonna protettrice di queste colture diffuse nella vicina città di Frattamaggiore. Una delle prime mostre alle quali ho partecipato, appena giovin etto, fuori dalle nostre mura è stata quella di Frattamaggiore, importante allora, mostra dove partecipavano anche nomi illustri, e di Napoli, che conoscevamo già, buoni maestri. Avevo fatto un quadro molto grande, allora per me, e partecipava anche il pittore Vito Esposito detto Il Tripolino, un giovane di talento, il più bravo di tutti noi. Andammo e venimmo con le tranvie provinciali che partivano dalle parti di Porta Capuana, certi trenini azzurri come giocattoli su binari a scartamento ridotto che sferragliavano scuotendoci come per spolverarci, spesso rami e foglie ci frustavano in faccia dai finestrini aperti: era estate. Avevo fatto due figure femminili a mezzo busto che sostenevano fasci di canapa. Finì, donandolo per appassionata amicizia, a casa di Errico Chiariello, corista al San Carlo. Tra cimme e cannoni della corazzata Cavour ancorata nel golfo di Taranto mio fratello Francesco, lì imbarcato militare di marina, posava per qualche fotografia.

Su quelle fotografie facevo viaggi, crociere, missioni di guerra, ero già un viaggiatore di fantasticherie e sogni di penna, manco otto anni, dieci anni. Francesco, per noi Ciccillo, mi spiegò una volta che la cravatta nera da marinaio significava il lutto di Cavour, ma s’attribuisce alla battaglia navale di Lissa perduta, 1866, terza guerra d’indipendenza. Il cordoncino bianco si diceva significasse un lutto di martire, Nazario Sauro, ma qualcuno spiega che erano fantasie patriottiche, il cordoncino era retaggio di navigazione antica, reggeva un coltello di emergenza per funi e vele. Questi orpelli terminavano con eleganti nodi. Prima del mio tempo di nodi alla cravatta, al tempo del fotografo Marianera in mezzo a San Gaetano o Biondo Palomba alla Strada Falanga, fotografi artisti di luci e di ritocchi a mano, mi portarono a fare la foto con vestito alla marinara. Una signora di casta che conoscete, Susanna Agnelli, ne ha fatto un titolo per un suo libro, Vestivamo alla marinara. Torre del Greco godeva di orgogli mai sopiti nelle nostre storie, ormai leggende: Scuole marittime per una città a grande vocazione marinara, le Scuole all’aperto in un grande spazio sotto la Villa Comunale, dietro la chiesa della Madonna del Principio, per noi sempre Abbasciasantanna. Leggiamo così, mi piace cosi. Erano delle baite in legno di stile svizzero. Le scuole all’aperto le vedevamo dall’alto da una grande balconata di granito nella villa comunale e oltre il Mulino più a destra si stendeva tutta Napoli nell’azzurro delle nostre silenziose belle domeniche di festa. Tutto questo accadeva prima di orribili palazzi color pistacchio, e balconate di cemento. E si vedeva tutto il golfo, con un solo taglio e verticale, Il fumaiolo del Mulino. Che non fuma più. Potremmo fargli un nodo alla marinara.
Ciro Adrian Ciavolino

Articolo pubblicato sull’edizione cartacea in edicola il 05 marzo 2014