Dal rapporto dell’Alto Commissariato dell’Onu: nei primi mesi del 2018, sono diminuiti i ‘viaggi disperati’. I morti in mare, nel 2017, sono stati 3100. Questo il comunicato, nella sua stringatezza. Rifletto sul numero dei morti: 3100! Pochi o molti? Credo che sia una stima non veritiera, forse calcolata esclusivamente sui ritrovamenti dei poveri corpi dei naufraghi.

Ma, in ogni caso, anche UN SOLO MORTO dovrebbe costituire un problema per la comunità cosiddetta civile! I gommoni che approdano a Lampedusa, o su qualsiasi altra località costiera del nostro Stivale, trasportano uomini, donne, bambini, che cercano una via di fuga dalle guerre, dalla miseria, dalle epidemie… Devono, anzitutto, pagare il viaggio verso la libertà?!? Quali sono le prospettive per i ‘fortunati’ che arrivano a destinazione? Nella maggior parte dei casi, questi baldi giovanotti dalla pelle d’ebano li troviamo a chiedere insistentemente l’elemosina fuori i supermercati.

Ci vorrebbe un sostanzioso supplemento di stipendio, o di pensione, per accontentarli tutti… Per le donne, invece, s’apre immediatamente un’altra ‘occupazione’: sui marciapiedi, ad esercitare il ‘mestiere più vecchio del mondo’! Fino a quando questi schiavi dell’era moderna si dedicheranno all’accattonaggio, o alla prostituzione? Mistero! Anche nel passato, ma questo lo sanno pure le pietre, esisteva la bruttura della servitù.



Forse, però, non tutti sono a conoscenza di una schiavitù che ho definito ‘a tempo determinato’. Tra il 1600 e il 1700, molti europei (inglesi e tedeschi, in particolare) emigrarono negli Stati Uniti d’America. Circa la metà di essi erano INDENTURED SERVANTS (servitori a contratto). Questi firmavano un documento che l’impegnava a lavorare in condizione di servitù fino a quando non avessero ripagato le spese di viaggio nel Nuovo Mondo. La durata era, mediamente, tra i tre ed i cinque anni. Per i minorenni, la servitù terminava al raggiungimento della maggiore età. Anche le donne che mettevano al mondo dei bambini, vedevano aumentato il periodo di schiavitù, perché sia durante la gravidanza che dopo, per l’accudimento del neonato, la loro efficienza lavorativa era chiaramente diminuita. Ma perché ho voluto parlare di questo fenomeno? Anzitutto, per ricordare a quanti l’osteggiano (ottusamente!) che esso non è una peculiarità dei nostri tempi; e poi, per ‘suggerire’ una possibile via di soluzione. E’ chiaro che fino a quando ci limiteremo all’accoglienza di questi disperati (carente sotto tanti aspetti!) e poi, ‘chi s’è visto s’è visto’, senza ‘finalizzare’ la loro presenza ad un’attività programmata, siamo rovinati! E il problema non riguarda solo noi italiani!
Ernesto Pucciarelli