Perché, nell’androne del palazzo condominiale, carte di chewing-gum sulle scalinate. Perché, voltato l’angolo che dà al centro parco, lì terra un bicchiere di plastica. Perché percorrendo in auto le arterie cittadine, quelle del centro al pari di quelle periferiche, ci si lascia alla spalle i cento puntini bianchi di scarti di ogni sorta, gettati là dove capita da una tasca troppo piena o da un finestrino di una vettura troppo sontuosa per poggiarvi sul cruscotto una cartuscella. Perché in alcuni tratti, principalmente là dove vengono depositati i sacchetti-spazzatura, compresi i rifiuti solido-urbani che mai e poi mai riusciranno a entrare in quei miseri bidoncini in polietilene da 120 litri di capienza, l’odore abominevolmente acre dei prodotti di scarto, diluendosi con vasoli e cemento, lastrica i marciapiedi stessi. Perché la Città indossa un abito lercio e consunto. Perché, viceversa, gli interni delle nostre case splendono di tutto punto, tirati a lucido in caso, forse, di una repentina visita di un gran marchese. Perché non si fa altrettanto con la città che i torresi indossano, portandola addosso, dentro, prima ancora che sull’intestazione del luogo di nascita.
Un panno rozzo e dei guanti di seta lucida, una risultante cafonesca figlia di un diffuso senso d’inciviltà.

Simone Ascione




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