Crac Deiulemar. Si è svolta ieri l’udienza in cui si è discusso sui beni da porre sotto sequestro, del valore di circa 500 milioni di euro. Per la decisione tutto rinviato, il giudice si è riservato 20 giorni per decidere sul dafarsi. Ricordiamo che l’udienza era stata già rinviata per il deposito di nuovi documenti presentati dalla Deiulemar-Nave-Latodifesa atti a fare chiarezza sulla vicenda che ha coinvolto migliaia di obbligazionisti. Proprio gli obbligazionisti furono protagonisti a fine settembre fuori l’aula di tribunale con una sonora protesta. C’era stato anche uno scontro verbale tra alcuni di essi e la moglie di Leonardo Lembo. Tutto rientrato, per fortuna, in pochi minuti.
Erano una cinquantina di persone, con tanto di cartelli di denuncia, quelle presentatesi la volta scorsa fuori al Tribunale Civile di Torre Annunziata, dove era atteso il pronunciamento definitivo sulla questione di competenza della causa (rimandata proprio a Torre dal Tribunale delle imprese di Napoli). Stufi dei continui sequestri e dissequestri di beni, avevano gridato forte la loro rabbia: “Vogliamo che sia messo definitivamente un punto su questo questione, siamo stanchi di questo ping pong di competenze. Questa attesa non fa altro che alimentare il sospetto che ci sia l’intenzione di ritardare il più possibile la decisione”. Oltre agli obbligazionisti, erano presenti anche gli avvocati Giuseppe Colapietro e Antonello Amato, presidente e componente del Comitato dei Creditori. “I risparmiatori posso stare tranquilli – avevano dichiarato Colapietro – i beni continuano ad essere sequestrati e l’udienza, speriamo definitiva, è fissata tra poco tempo, quasi un mese”.
La vicenda della Deiulemar Società di fatto, si riferisce al sequestro dei beni mobili, immobili, crediti, quote, partecipazioni, fino alla concorrenza della somma di 500 milioni di euro appartenente alle tre famiglie di armatori torresi. La storia di questi beni da sequestrare va avanti da parecchio ormai. Tutto era nato dalla richiesta di restituzione di fondi esteri avanzata da alcuni indagati. Ovvero, la restituzione dei fondi esteri contenuti in un conto corrente gestito da una banca francese. Di qui la richiesta a un’agenzia con base a Milano e la segnalazione dell’istituto di credito ai magistrati che ha spinto i giudici ad emettere il maxi provvedimento di sequestro conservativo per evitare che gli indagati potessero usufruire dei fondi esteri. Ma prima ancora, e siamo a marzo, il tribunale di Torre Annunziata decise di revocare i sequestri effettuati, dichiarandosi incompetente e dirottando la decisione al Tribunale delle Imprese. Poi il ricorso della curatela fallimentare della società di fatto e la decisione del giudice D’Ambrosio, ad aprile, di sequestrare le imprese riconducibili alle famiglie degli armatori. Seguito, poi, dalla decisione del tribunale delle imprese di pronunciarsi contro il sequestro dei beni. Di qui la decisione di fare ricorso da parte dei legali dei tanti obbligazionisti che hanno investito nella società armatoriale torrese la bellezza di poco più di 700 milioni di euro.




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